
Opera in 4 atti di ANTONIO GHISLANZONI Musica di GIUSEPPE VERDI
PERSONAGGI E INTERPRETI:
AIDA = HUI HE
AMNERIS = GIOVANNA CASOLLA
RADAMES = SALVATORE LICITRA
AMONASRO = AMBROGIO MAESTRI
RAMFIS = CARLO COLOMBARA
IL RE = CARLO STRIULI
UN MESSAGGERO = ANGELO CASERTANO
UNA SACERDOTESSA = NICOLETTA CURIEL
Orchestra, Coro e Corpo di ballo del Teatro dell'OPERA di Roma
Maestro concertatore e direttore: DANIEL OREN
Maestro del Coro: ANDREA GIORGI
Regia e scene: ROBERT WILSON
Costumi: JAQUES REYNAUD
Coreografia: JONAH BOKAER
Registrato il 20 gennaio 2009 al TEATRO DELL'OPERA DI ROMA (Cartellone 2009)
SELEZIONE MUSICALE da “AIDA”: http://www.youtube.com/watch?v=NmiLeE-8bHI
Epoca: Antichità egizia. Luogo: Menfi e Tebe.
ATTO I
Scena 1: Il palazzo del Re. – Il Gran sacerdote RAMFIS (basso) dice al capo dell’esercito, RADAMÈS (tenore), che gli Etìopi stanno ancora minacciando la valle del Nilo e la città di Tebe. Gli Dèi hanno rivelato ai sacerdoti di avere scelto un giovane e valoroso guerriero a condurre gli eserciti egiziani contro gli Etìopi.
Radamès spera di essere il prescelto, perché desidera acquistare gloria per amore di Aida, e canta:
Celeste Aida, forma divina,
mistico serto di luce e fior,
del mio pensiero tu sei regina,
tu di mia vita sei lo splendor.
(Incisioni più note: GALLIANO MASINI – Cetra*; RICHARD TUCKER – Col.*; MARIO DEL MONACO – Decca; BENIAMINO GIGLI – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=L6kyk8AkdWs (Preludio, Celeste Aida)
Entra la figlia del Faraone, AMNERIS (mezzosoprano), seguita dalla sua schiava etìope, AIDA (soprano). Amneris ama Radamès, ma sa che il sentimento di lui è per Aida e nasconde la sua gelosia con una finta simpatia per la sua schiava.
Seguito dalla corte, da sacerdoti e guerrieri, entra il RE (basso), che proclama Radamès comandante degli eserciti egizi contro gli Etìopi e gli dice di recarsi coi sacerdoti al tempio per ricevere la spada consacrata.
Aida è combattuta fra due opposti sentimenti: vorrebbe la vittoria del suo eroe, ma ciò significherebbe la sconfitta del suo popolo. I suoi sentimenti sono espressi nell’aria:
Ritorna vincitor!
E dal mio labbro uscì l’empia parola!
Vincitor del padre mio,
di lui che impugna l’armi per me,
per ridornarmi una patria, una reggia
e il nome illustre che qui celar m’è forza!
Incisioni più note: ROSETTA PAMPANINI – Cetra*; CARLA MARTINIS – Col.*; RENATA TEBALDI – Decca; MARIA CANIGLIA – VDP*
Scena 2: Il tempio di Vulcano. – Ha luogo una solenne cerimonia di propiziazione e preghiera condotta dal Gran Sacerdote Ramfis. Fuori del tempio, un coro di sacerdotesse accompagnato dall’arpa canta un inno di lode al potente Phtah.
Si unisce ad esso il coro dei sacerdoti e segue una danza religiosa. Radamès riceve da Ramfis la spada consacrata e, mentre tutti si volgono all’altare, egli invoca l’aiuto degli Dèi alla sua spedizione.
ATTO II
Scena 1: Nelle stanze di Amneris. – Per sorprendere il sentimento di Aida, Amneris le dà la falsa notizia della morte di Radamès, poi, rassicurandola che egli vive, le si rivela come sua rivale, come la sposa che il Re darà a Radamès.
Scena 2: Le porte di Tebe. – Radamès ha sconfitto gli Etìopi. Corteo di vittoria e marcia trionfale.
http://www.youtube.com/watch?v=f3DYA1uhR8g
Incisioni più note: Dir.: LORENZO MOLAJOLI – Orchestra Sinfonica di Milano – Col.*; ARTHUR FIEDLER – Boston Pops Orchestra – VDP*; TULLIO SERAFIN – Orchestra e Coro del Teatro dell’OPERA di Roma; ARTURO TOSCANINI, NBC Symphony Orchestra – RCA
Il Re ringrazia Radamès per la vittoria. Ricompenserà il vincitore con la mano della figlia, più tardi con il regno. Radamès cerca di guadagnare tempo e chiede di far sfilare i prigionieri. Fra quelli, Aida riconosce suo padre, AMONASRO (baritono). Egli non si è rivelato come Re degli Etìopi e raccomanda alla figlia di serbare il segreto.
Amonasro invoca misericordia. Radamès ne appoggia la supplica e chiede la vita e la libertà per i prigionieri. I sacerdoti gli sono contrari, ma il Re sostiene Radamès e vien deciso che Aida e il padre restino come ostaggi.
La disperazione di Aida è espressa nel finale. Amonasro fa piani di rivincita, mentre sacerdoti, guerrieri e popolo festeggiano i vincitori.
ATTO III
Scena: Sera sulle rive del Nilo. – Amneris e il Gran Sacerdote sono diretti al tempio di Iside. Ella trascorrerà la notte precedente alle nozze con Radamès In preghiera.
Aida si avvia ad un incontro con Radamès. È sopraffatta dalla nostalgìa per il suo Paese nativo e canta:
O cieli azzurri, o dolci aure native,
dove sereno il mio mattin brillò …
O verdi colli … o profumate rive …
O patria mia, mai più ti rivedrò!
Incisioni più note: MARIA PEDRINI – Cetra*; C. CASTELLANI, MARIA CANIGLIA – VDP*
http://www.youtube.com/watch?v=k2gOgkMFj4U
Dal buio sguscia fuori Amonasro. Egli vuole che Aida persuada Radamès a passare dalla loro parte: OBBLIGA Aida a sottostare alla "RAGION DI STATO".
Ella resiste, poiché l’idea che Radamès tradisca il suo Paese le ripugna. Il padre la minaccia della sua maledizione ed ella cede. All’approssimarsi di Radamès, Amonasro si nasconde fra i palmizi. Radamès ha compreso che egli e Aida non potranno essere felici rimanendo nel Paese; il Passo di Nàpata (Gole) – attraverso le montagne – non è custodito: essi fuggiranno di là.
Udendo questa proposta, Amonasro avanza e rivela l’esser suo. Radamès si rende conto, allora, di aver – involontariamente – tradito il suo Paese.
Amneris e Ramfis escono dal tempio e Amneris, travolta dalla gelosia, denuncia Radamès.
Aida fugge col padre mentre Radamès si consegna al Gran Sacerdote.
ATTO IV
Scena 1: Entrata sotterranea alla sala delle sentenze. – Amneris, ben conoscendo che Radamès non intendeva tradire, gli offre di salvarlo da morte s’egli rinuncia ad Aida. Ch’egli soltanto mi ami, dice, e io lo salverò. Ma la vita senza Aida non ha valore per lui ed egli dichiara che la morte per amore di Aida sarà per lui una benedizione.
È condotto davanti al tribunale dei sacerdoti. Non replica parola né all’accusa, né alla sentenza che lo condanna ad essere seppellito vivo.
Amneris maledice la crudeltà dei sacerdoti.
Scena 2: Sopra = L’interno del tempio di Vulcano. - Sotto = Un sepolcro. – Radamès è condotto al sepolcro e una grossa pietra cala sull’apertura. Nella cripta sotterranea egli trova Aida che vi si è nascosta per morire con lui.
Serenamente, affrontano insieme la morte.
Sopra di loro, nel coro del tempio, Amneris alza il suo lamento.
http://www.youtube.com/watch?v=ALltYrgupRs
(Edizioni Ricordi)
Incisioni dell’opera completa:
CATERINA MANCINI (S), GIULIETTA SIMIONATO (MS), MARIO FILIPPESCHI (T), ROLANDO PANERAI (Br), GIULIO NERI (Bs), Dir.: VITTORIO GUI, Orchestra e Coro della R.A.I. di Roma - Cetra
MARIA MENEGHINI CALLAS (S), FEDORA BARBIERI (MS), RICHARD TUCKER (T), TITO GOBBI (Br), GIUSEPPE MODESTI (Bs), Dir.: TULLIO SERAFIN, Coro e orchestra de
RENATA TEBALDI (S), EBE STIGNANI (MS), MARIO DEL MONACO (T), ALDO PROTTI (Br), FERNANDO CORENA (Bs = Il Re), DARIO CASELLI (Bs = Ramfis), Dir.: ALBERTO EREDE, Coro e Orchestra dell’ACCADEMIA DI SANTA CECILIA di Roma – Decca
MARIA CANIGLIA (S), EBE STIGNANI (MS), BENIAMINO GIGLI (T), GINO BECHI (Br), TANCREDI PASERO (Bs), Dir.: TULLIO SERAFIN, Coro e Orchestra del Teatro dell’OPERA DI ROMA – VDP
RENATA TEBALDI (S), GIULIETTA SIMIONATO (MS), CARLO BERGONZI (T), CORNELL McNEIL (Br), dir.: HERBERT VON KHARAJAN – Decca
Laura Rocatello
SABATO 9 maggio 2009 - ore 20.05
TEATRO “REGIO” DI PARMA: “RIGOLETTO”
(registrato il 6 ottobre 2008 presso questo teatro)
Dramma lirico in tre atti su testo di Francesco Maria Piave
PERSONAGGI ed INTERPRETI:
Rigoletto = Leo Nucci
GildA = Nino Machaidze
Il Duca Di Mantova = Francesco Demuro
Sparafucile = Marco Spotti
Maddalena = Stefanie Iranyi
Giovanna = Katarina Nikolic
Matteo Borsa = Mario Buffoli
Il Conte Di Monterone = Roberto Tagliavini
Marullo = Orazio Mori
Il Conte Di Ceprano = Ezio Maria Tisi
Un Usciere = Alessandro Bianchini
Orchestra e coro del Teatro Regio di Parma
Direttore d’orchestra: Massimo Zanetti
Regìa: Stefano Vizioli
Scene e costumi: Pierluigi Samaritani
31 gennaio 1993:
A Genova, presso il Teatro "CARLO FELICE", viene rappresentato "RIGOLETTO" con LEO NUCCI e ALIDA FERRARINI (con Alida ci diamo "del tu", le ho scritto chiamandola "LEONESSA" [durante lo spettacolo aveva la febbre, ma è stata veramente, ma veramente SUPERLATIVA!]).
Esito: SUCCESSONE.
Io e mio marito siamo andati col mio gruppo < Amici della Musica "RENATA TEBALDI" > di Soresina (CR).
N.B.: In fondo al presente servizio, includo la locandina di "RIGOLETTO" trasmesso "in diretta" dal "MAGGIO MUSICALE " di Firenze la sera del 3 ottobre 2009: UN GRANDE SUCCESSO con MOLTI APPLAUSI anche A SCENA APERTA.
Il libretto-testo è tratto dal dramma “LE ROI S’AMUSE” di Victor Hugo e, nel 1851, quando l’opera deve andare in scena, Verdi è costretto a discutere con la censura austriaca perché – subito dopo la rivoluzione del febbraio 1848 – le autorità sono particolarmente ostili alle rappresentazioni in cui i re appaiono come persone spietate o scostumate.
Infine, concedono che la rappresentazione avvenga a condizione che il Re di Francia, Francesco I, venga sostituito da un anonimo Duca di Mantova.
La vigoria dell’opera viene trasmessa all’ascoltatore da quasi ogni pagina, dalle arie principali, senza dimenticare l’approfondimento psicologico attraverso il quale Verdi lascia le forme tradizionali come – ad esempio – il monologo di Rigoletto “Pari siamo” (pieno di sottolineature e contrasti, aria che porterà il Verdi allo sviluppo che raggiungerà nelle opere successive) o nell’aria “Cortigiani, vil razza dannata” (piena di rara potenza drammatica).
Si riscontra la profonda umanità dei duetti Rigoletto-Gilda, in particolare quello dal secondo atto “Piangi, piangi fanciulla, fanciulla piangi” e quello finale dell’opera che interessa la morte di Gilda.
È importante ricordare, inoltre, il carattere drammatico e la costruzione musicale nel duetto Rigoletto-Sparafucile e nel famoso quartetto del terzo atto.
(Se osserviamo bene, “Rigoletto” è composto da almeno cinque duetti: Rigoletto-Sparafucile, Rigoletto-Gilda (primo atto), Gilda-Duca di Mantova, Gilda-Rigoletto (secondo atto) e Gilda-Rigoletto (finale dell’opera).
“La donna è mobile”: Verdi intuisce che l’aria diventerà subito popolare e, per evitare la divulgazione prima della “première”, consegna la musica il giorno prima dell’esecuzione dell’opera.
"RIGOLETTO" è, forse, l'opera più completa di Verdi, opera in cui si riscontrano i diversi sentimenti (amore, odio, invidia, ambizione, incoscienza, ...), i vari timbri vocali (soprano, mezzosoprano, tenore, baritono, basso), ...
Quest'uomo brutto e deforme - ma pieno di passione e di sentimento - costituisce un personaggio che rappresenta un'opera la quale è veramente un capolavoro di psicologia.
L’opera è stata composta nel periodo in cui Verdi e il padre Carlo hanno avuto un diverbio a causa di un POLLAIO, per cui Verdi – pur soffrendo molto – si è imposto sul padre.
È tratta da “LE ROI S’AMUSE” di VICTOR HUGO: il buffone si chiama TRIBOLET, la figlia BLANCHE e l’altra donna è MADELON.
IMPRESSIONI E NOTIZIE:
L’esecuzione dell’opera, fin da subito, è abbastanza “VIVA”.
- Gli interpreti: buoni il tenore, il soprano, il baritono che interpreta Marullo (ORAZIO MORI io l’ho conosciuto la sera del 18 dicembre scorso nei panni di GIORGIO GERMONT, ne “
- Molti applausi, in genere, URLA E GRAN BATTITO DI PIEDI SUL PAVIMENTO per Nucci al termine di “CORTIGIANI, VIL RAZZA DANNATA!” (GLI APPLAUSI SONO PIUTTOSTO PROLUNGATI: CHISSà CHE INTERPRETAZIONE ANCHE RECITATIVA!).
Nucci: molta musicalità e passione, specialmente nel duetto con Gilda dal secondo atto: “Tutte le feste al Tempio, … PIANGI, PIANGI FANCIULLA, FANCIULLA PIANGI …”. – APPLAUSI, APPLAUSI GRANDI a NUCCI e a Nino MACHAIDZE.
GRANDE “Sì, vendetta, tremenda vendetta …” che chiude il secondo atto ; ESEGUITO BENE ANCHE L’ACUTO FUORI ORDINANZA DEL SOPRANO.
- ENZO DE MURO (mi ricorda il tenore enzo de muro lo manto, il marito del SOPRANO toti dal monte): tenore dalla voce chiara, fin dal primo atto si distingue ne “
- Stefanie Iranyi (MADDALENA): BRAVA e con un bel timbro.
- APPLAUSI AL quartetto DAL TERZO ATTO.
- FINALE: APPLAUSI, OVAZIONI, MESSE DI APPLAUSI.
- TEMPORALE: VERDI LO RENDE BENE ATTRAVERSO IL coro a bocca chiusa.
- Ricordo che, quand’ero bambina, ho visto il film musicale interpretato da TITO GOBBI, MARIO FILIPPESCHI, LINA PAGLIUGHI e marcello govoni: hanno reso celebre una grande tragedia verdiana (specialmente quando, all’alba, Rigoletto – trionfante – si accorge di essere stato beffato anche IN QUESTO CASO). – Esprime grandemente
Fra il primo e il secondo atto, VIENE TRASMESSA UN’INTERVISTA DI QUESTI GIORNI (siamo nel mese di maggio 2009) a LEO NUCCI che riferisce:
. In questo ultimo periodo ha ultimato le recite al “COMUNALE” di Bologna a causa di un’indisposizione (= ha dovuto sospendere).
. 428 RECITE UFFICIALI di “RIGOLETTO”: con le altre, selezioni, volontariato, ecc., va a circa 500 recite = “RIGOLETTO” è un SUO “CAVALLO DI BATTAGLIA”.
. Nel maggio 1973: la sua GILDA era interpretata da sua moglie che era incinta della loro figlia che, poi, hanno chiamato “GILDA” (guarda caso, era un maggio di 35 anni fa, prima di tutti i “RIGOLETTO” che interpreta in questo ultimo periodo): la settimana prossima lo canterà a Zurigo.
Anche in Spagna, lo hanno ricercato per “RIGOLETTO”.
NUCCI è stato cercato anche da TARGETTI de “
. NUCCI e il Direttore BRUNO BARTOLETTI sono molto amici.
. Pur amando il “VERISTA” PUCCINI, Nucci è legato a Verdi: ricorda “SIMONE” e “I DUE FOSCARI” (qui, il Doge veneziano RIFLETTE sul fatto “COME PUO’ AIUTARE IL FIGLIO, PUR ESSENDO DOGE?” [un aiuto riguardante la salute, s’intende]).
. Per quanto riguarda “RIGOLETTO”, secondo Nucci: il buffone di corte “FA LO < SCARICABARILE > , in quanto < SI ATTACCA ALLA < MALEDIZIONE > lanciatagli da MONTERONE. – In effetti, “IL GUAIO” lo combina lui. volendo far uccidere il Duca di Mantova, mentre Gilda – dopo avere visto il comportamento del Duca presso Maddalena – DECIDE DI MORIRE AL POSTO SUO dopo avere ASCLTATO IL DIALOGO FRA MADDALENA E IL FRATELLO, SPARAFUCILE. – Quando Rigoletto si accorge che, nel sacco, c’è sua figlia, lei, prima di morire, GLI CHIEDE PERDONO.
. Una bella edizione in “33giri” è quella che io posseggo con HILDE GUEDEN (S), MARIO DEL MONACO (T), ALDO PROTTI (Br), CESARE SIEPI (Bs), Dir.: ALBERTO EREDE, Coro e Orchestra dell’ACCADEMIA DI SANTA CECILIA di Roma – Decca (prego di vedere al termine della trama).
Ad Aldo Protti, ho avuto occasione di esternare la cosa e di scambiare con lui (durante l’intervallo di un concerto tenuto presso “LE TERME” di BOARIO) un piacevole discorso su tale edizione di cui lui era (ed è) IL GRANDE “RIGOLETTO”. Fra parentesi: Protti è stato definito “
Epoca: Rinascimento.
Luogo: Mantova.
ATTO I
Scena 1: Salone nel palazzo del Duca. – L’incostante e libertino Duca di Mantova (tenore) dà una festa nel suo palazzo. Le donne lo guardano ammirate mentre egli racconta le sue conquiste:
Questa o quella per me pari sono
A quant’altre d’intorno mi vedo,
del mio core l’impero non cedo
meglio ad una che ad altra beltà.
(Incisioni più note: LUIGI INFANTINO, ENZO DE MURO LO-MANTO, DINO BORGIOLI – Col.*; EUGENE CONLEY, MARIO DEL MONACO, Decca; GIACOMO LAURI-VOLPI – Odeon*; ENRICO CARUSO, GIOVANNI MALIPIERO, TITO SCHIPA, MARIO LANZA – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=qAJABqpecJk
Si allontana civettando con
Il vecchio Conte di Monterone (basso) irrompe nella sala chiedendo al duca di rendergli ragione per avergli sedotto la figlia. Rigoletto si burla del vecchio padre che viene poi condotto in prigione. Nell’uscire, il vecchio maledice Rigoletto, che rimane impaurito e si rammenta d’avere anch’egli una figlia che ama tanto da tenerne segreta l’esistenza al frivolo duca. È appunto lei < l’amante > di cui parlava Marullo. Un’ansia lancinante incomincia a torturarlo.
Scena 2: Strada davanti la casa di Rigoletto. – Rigoletto incontra Sparafucile (basso), che si offre come assassino dicendo che ha una sorella la quale l’aiuta ad adescare le vittime in casa sua, dove egli può con sicurezza uccidere. Ma Rigoletto non ha per ora bisogno di un assassino. Egli maledice la sua sorte:
Pari siamo! Io la lingua, egli ha il pugnale;
l’uomo son io che ride, ei quel che spegne!
Quel vecchio maledivami!
O uomini! O natura! Vil scellerato
Mi faceste voi!
(Incisioni più note: CARLO TAGLIABUE, ALEXANDER DE SVED – Cetra*; PAOLO SILVERI, CARLO GALEFFI, RICCARDO STRACCIARI – Col.*; GIUSEPPE VALDENGO – Decca; TITTA RUFFO, TITO GOBBI, APOLLO GRANFORTE, GINO BECHI – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=Ur-girT_eA4
Rigoletto raccomanda a sua figlia Gilda (soprano) e alla cameriera Giovanna (contralto) di sbarrare sempre la porta di casa, ma, mentre Rigoletto si distrae, un giovane entra furtivamente in giardino. È il duca che, quando Rigoletto se ne va, esce dal suo nascondiglio e dice a Gilda di essere un povero studente a nome Gualtiero Maldè, innamorato di lei, e le fa una corte appassionata. Ma qualcuno s’avvicina alla casa e il duca è costretto a fuggire. Gilda si è innamorata dello studente e desidera rivederlo; canta:
Gualtier Maldè! Nome di lui sì amato,
ti scolpisci nel core innamorato!
Caro nome che il mio cor
festi primo palpitar,
le delizie dell’amor
mi dei sempre rammentar!
(Incisioni più note: LINA PAGLIUGHI – Cetra*; ANNA MARIA ALBERGHETTI, MERCEDES CAPSIR – Col.*; HILDE GUEDEN – Decca; LILY PONS, TOTI DAL MONTE, LUISA TETRAZZINI, AMELITA GALLI-CURCI, LINA AIMARO – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=Kh0jOiz7pXk
Giungono Marullo e i cortigiani che intendono vendicarsi di Rigoletto portandogli via < l’amante>. Il buffone i scopre, ma essi gli fanno credere che stanno per rapire la moglie del Conte di Ceprano. Egli si offre subito di aiutarli. – Accecato da una maschera che gli applicano sul viso, Rigoletto regge la scala con la quale i cortigiani si introducono in casa sua per rapire Gilda. Troppo tardi egli scopre la verità e si rammenta della maledizione di Monterone.
ATTO II
Scena: Camera nel palazzo del Duca di Mantova. – I cortigiani hanno portato Gilda dal duca. Rigoletto, sospettando quanto è avvenuto, finge di scherzare, poi si volge a maledire i cortigiani:
Cortigiani, vil razza dannata,
per qual prezzo vendeste il mio bene?
A voi nulla per l’oro sconviene!
Ma mia figlia è impagabil tesor.
La rendete … o, se pur disarmata,
questa mano per voi fora cruenta;
nulla in terra più l’uomo paventa
se dei figli difende l’onor.
(Incisioni più note: ALEXANDER DE SVED, G. MANACCHINI – Cetra*; PAOLO SILVERI, CARLO GALEFFI – Col.*; GIUSEPPE VALDENGO – Decca; RICCARDO STRACCIARI – Odeon*; GINO BECHI, CARLO TAGLIABUE, TITTA RUFFO, APOLLO GRANFORTE, GIUSEPPE DE LUCA – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=GAGkOMtdS-0
Gilda esce, infine, da una stanza e, piangendo, racconta a suo padre che il duca l’ha sedotta. Pazzo dal dolore, il buffone giura che il duca non sfuggirà alla sua vendetta. Ma Gilda, malgrado tutto, ama ancora il duca.
Dalla presente edizione: “Sì, vendetta, tremenda vendetta …”
http://www.youtube.com/watch?v=zQaj7wQd6Ls
ATTO III
Scena: Spazio davanti all’osteria di Sparafucile, vicino al fiume. – Rigoletto ha ingaggiato Sparafucile per uccidere il duca nel modo suggeritogli. Il buffone e Gilda sono accovacciati davanti alla porta. Rigoletto tenta di convincere sua figlia che l’infedele duca civetta con la sorella di Sparafucile, Maddalena, che l’ha indotto a seguirla sino alla sua casa, come d’accordo. Il duce giunge travestito da semplice cortigiano. Ordina del vino e una camera per passarvi la notte, poi inneggia all’infedeltà femminile:
La donna è mobile
qual piuma al vento,
muta d’accento
e di pensiero.
Sempre un amabile
leggiadro viso,
in pianto o in riso,
è menzognero.
(Incisioni più note: GIANNI POGGI, GINO MATTERA – Cetra*; ENZO DE MURO LOMANTO, LUIGI INFANTINO – Col.*; EUGENE CONLEY, MARIO DEL MONACO – Decca; AURELIANO PERTILE, GIACOMO LAURI-VOLPI – Odeon*; GIACOMO LAURI-VOLPI, MIGUEL FLETA, MARIO LANZA, ENRICO CARUSO, BENIAMINO GIGLI, JUSSI BIOERLING – VDP)
http://www.youtube.com/watch?v=xCFEk6Y8TmM
MADDALENA (mezzosoprano) civetta sfrenatamente col duca e Gilda, che li vede, sta per venir meno dal dolore. Rigoletto le giura di vendicarla. Le quattro voci si uniscono in un quartetto, il duca lusingando Maddalena (“Bella figlia dell’amore”), Maddalena che finge di resistergli (“Quanto valga il vostro cuore, me’l credete, so apprezzar”), Gilda disperata (“Ah, così parlar d’amore”) e Rigoletto in preda all’odio:
Bella figlia dell’amore
schiavo son de’ vezzi tuoi;
con un detto, un detto sol tu puoi
le mie pene, le mie pene consolar.
Vieni e senti del mio core
Il frequente palpitar! …
(Incisioni più note: BARDONE (S), MINGHINI CATTANEO (MS), PERTILE (T), FREGOSI (Br) – Odeon*; M. SEMBRICH (S), SEVERINA (MS), ENRICO CARUSO (T), A. SCOTTI (Br) – VDP*; AMELITA GALLI-CURCI (S), L. HOMER (MS), BENIAMINO GIGLI (T), GIUSEPPE DE LUCA (Br) – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=xhwQ0QoIVGs
Rigoletto sollecita Gilda a partire per Verona, travestita da ragazzo, e – quando ella è uscita – paga a Sparafucile metà del compenso promessogli, assicurandogli l’altra metà per il mattino seguente, quando gli sarà consegnato il corpo del duca, in un sacco.
Maddalena, innamoratasi del duca, si fa promettere dal fratello di uccidere, al posto del duca, chiunque altro passi da quella porta, per consegnarne poi il cadavere al buffone.
Gilda, che è tornata, spinta dal desiderio di vedere il duca, ode per caso la conversazione. Decide, allora, di sacrificarsi per l’uomo che ama e bussa alla porta. Sparafucile l’introduce in casa e, non riconoscendola come donna, la pugnala.
A mezzanotte, Rigoletto riceve il sacco. Sta per gettarlo nel fiume, quando gli giunge la voce del duca che canta “La donna è mobile”. Un terribile presentimento l’assale, apre il sacco e vi trova Gilda che gli muore poi fra le braccia.
(Edizione Ricordi)
Incisioni dell’opera completa:
LINA PAGLIUGHI (S), FERRUCCIO TAGLIAVINI (T), GIUSEPPE TADDEI (Br), GIULIO NERI (Bs), Dir.: ANGELO QUESTA, Coro e Orchestra della R.A.I. di Torino – Cetra; MERCEDES CAPSIR (S), DINO BORGIOLI (T), RICCARDO STRACCIARI (Br), E. DOMINICI (Bs), Dir.: LORENZO MOLAJOLI, Coro e Orchestra de
Laura Rocatello
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RADIO3 SUITE - IL CARTELLONE MAGGIO MUSICALE FIORENTINO Ho avuto il grande piacere di riascoltare il tenore GIANLUCA TERRANOVA: un Terranova MATURATO. “SI’, VENDETTA, TREMENDA VENDETTA …” = il baritono e il soprano hanno cantato ANCHE il “BIS”, perché il pubblico LO HA VOLUTO, pubblico che ha APPLAUDITO anche all’inizio di tale “BIS”. IL PUBBLICO RIPETE ANCORA CALDISSIMAMENTE L’APPLAUSO GIA’ DATO AL TEMINE DELL’ATTO = APPLAUSO MERITATISSIMO. MOLTO BUONO IL DIRETTORE D’ORCHESTRA, STEFANO RANZANI. Laura Rocatello |
IN DIRETTA DAL TEATRO “REGIO” di TORINO
Martedì, 14 aprile 2009 - ORE 20.00
DON PASQUALE
Dramma buffo in tre atti di GIOVANNI RUFFINI (da “SER MARC’ANTONIO” di ANGELO ANELLI) E DELLO STESSO COMPOSITORE
musica di Gaetano Donizetti
Norina = Serena Gamberoni
Don Pasquale = Roberto Scandiuzzi
Ernesto = Francesco Meli
Dottor Malatesta = Gabriele Viviani
Un notaro = Diego Matamoros
Orchestra e Coro del Teatro “REGIO” di Torino
direttore: Michele Mariotti
maestro del coro: Claudio Fenoglio
regia: Ugo Gregoretti
scene e costumi: Eugenio Guglielminetti
notizie ed impressioni:
Per parecchio tempo, l’opera più rappresentata di Donizetti è “
Il carattere di questa commedia è settecentesco, con artificio nell’intreccio e nella costruzione, ma piena di spirito e di brio.
Viene rappresentata per
Radiofonicamente, viene trasmessa al pubblico tutta l’impressione magnifica che viene prvata dagli spettatori verso l’interessante cast.
Lo spettacolo di UGO GREGORETTI è di gusto, è - esteticamente - molto soddisfacente e tutto sommato abbastanza moderno.
Dalla parte musicale dello spettacolo, affidata alle mani sapienti di un giovanissimo direttore, MICHELE MARIOTTI, credo che si debba cominciare a ritenere (almeno in questo repertorio) più un grande direttore che un giovane direttore.
Mano sicura, Mariotti conduce un’orchestra del Teatro “REGIO” veramente in forma, dando allo spettacolo un suo stile tipico, consistente, rapido: in particolare già dalla sinfonia si nota una certa forza che mi ricorda ARTURO TOSCANINI.
Il protagonista è ROBERTO SCANDIUZZI, che debutta nel ruolo di Don Pasquale.
Alla vocalità imponente del celeberrimo basso, è doveroso riconoscergli la solita onestà d’interprete e l’efficacia teatrale che si indovina anche attraverso la trasmissione radiofonica.
Dottor Malatesta: secondo quanto viene espresso durante l’intervallo, il giovane baritono GABRIELE VIVIANI è più in forma che altre volte, sicuro in tutti i registri e con una verve comica efficace.
Vero punto di forza sono i due “amorosi”: se Francesco Meli, qualche anno fa, aveva fornito prova fenomenale come Ernesto al Teatro “Carlo Felice” di Genova, quella interpretazione sbianca al confronto di questa attuale, in quanto non lascia perdere nulla.
Molto brava
Pare che, spesso, Donizetti venisse considerato in Italia “Il più grande dei < minori >”. Se qualcuno pensasse ancora una cosa del genere può sentirsi “Don Pasquale”.
Epoca: Inizio del XIX secolo.
Luogo: Roma.
ATTO I
Scena 1: Una stanza in casa di Don Pasquale. – Sinfonia: http://www.youtube.com/watch?v=nWxWFcBMheQ
DON PASQUALE (basso), un ricco e vecchio scapolo, è in collera col nipote ERNESTO (tenore) perché questi vuol sposare una graziosa vedova senza pecunia, NORINA (soprano). E, per farla al nipote, decide di sposarsi e di diseredarlo.
Il suo buon amico, il DOTTOR MALATESTA (baritono), ha promesso di cercargli un buon partito. Il dottore, all’insaputa di Ernesto, suggerisce come moglie, al vecchio, Norina, parlandone come di sua sorella SOFRONIA uscita di convento.
Don Pasquale annuncia al nipote che ci sarà presto una padrona di casa e gli dice di non far più conto sui suoi averi. Ernesto è disperato.
Scena 2: Il giardino di Norina. – Norina legge un libro e canta l’aria:
< Quel guardo il cavaliere
in mezzo al cor trafisse.
Piegò il ginocchio e disse:
Son vostro cavalier.
E tanto era in quel guardo
sapor di paradiso,
che il cavalier Riccardo
tutto d’amor conquiso
giurò che ad altra mai
non volgerìa il pensier >.
So anch’io la virtù magica
D’un guardo a tempo e loco.
(Incisioni più note: LINA PAGLIUGHI – Cetra*; TOTI DAL MONTE, MARGHERITA CAROSIO – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=wpSHr7pwFBs
In seguito, ella riceve una lettera di Ernesto che le comunica le intenzioni dello zio.
Il Dottor Malatesta la tranquillizza ed ella trova brillante il piano da lui escogitato di presentarla come sua sorella. Il nipote del dottore, CARLO (baritono), promette di prendere le vesti dell’ufficiale di stato civile, per la stesura del contratto matrimoniale, che avverrà l’indomani. – I due allegri intriganti iniziano subito la rappresentazione della loro commedia.
ATTO II
Scena: Il salotto di Don Pasquale. – Don Pasquale ordina alla servente di introdurre solo il dottore e un’altra persona. Entrano il Dottor Malatesta e “Sofronia”, fittamente velata. Ella dimostra un grande interesse per le faccende domestiche e ispeziona la cucina, mentre le persone di servizio apprestano la stanza per la cerimonia nuziale.
Arriva < l’ufficiale di stato civile >. Don Pasquale assegna, per testamento, la metà dei suoi averi alla moglie, le concede piena autorità nella casa e ambedue firmano il contratto. Si ode di fuori la voce di Ernesto e gli è concesso di entrare e conoscere la novella sposa di suo zio.
Egli riconosce Norina, si allarma, ma – rapidamente – il Dottor Malatesta gli spiega l’intrigo ed Ernesto si associa al complotto e firma il contratto come testimonio.
Diventata padrona di casa, Norina assume immediatamente un’autorità aggressiva. Rifiuta le carezze del marito e non gli permette di allontanare Ernesto. Raddoppia il salario della servitù, aumenta il numero dei servi, ordina una nuova carrozza e altri cavalli, pretende ricevimenti serali di almeno cinquanta persone, fissa un appuntamento col sarto e col gioielliere per l’indomani. Don Pasquale è esterrefatto e Norina spiega ad Ernesto che tutto avviene a pro del loro amore.
ATTO III
Scena 1: La casa di Don Pasquale. – Don Pasquale è portato all’esasperazione dall’arrivo di una marmaglia di commercianti, giunti per vendere stoffe alla moglie. – Esaminando i conti, egli le proibisce di andare a teatro; al che ella risponde assestandogli uno schiaffo. Uscendo, ella lascia cadere una lettera che le fissa un convegno, per la sera, nel giardino. Don Pasquale dà ordini per far venire il Dottor Malatesta e si precipita dietro alla moglie.
Ernesto e il Dottor Malatesta preparano altri particolari dell’intrigo: il giovane farà una serenata all’amata e poi si nasconderà. Il Dottor Malatesta cerca di consolare il deluso marito, ma Don Pasquale ora si rende conto della verità: quando mai ha negato a Ernesto il consenso per sposarsi; sua moglie non solo gli consuma il patrimonio, ma lo inganna! Il Dottore e Don Pasquale decidono di scendere in giardino, all’ora convenuta, per sorprendere la moglie infedele.
Scena 2: Un giardino attiguo alla casa di Don Pasquale. – Ernesto canta la sua serenata:
Com’è gentil
la notte a mezzo april!
È azzurro il ciel,
la luna è senza vel:
tutt’è languor,
pace, mistero, amor.
Ben mio, perché
Ancor non vieni a me?
(Incisioni più note: CESARE VALLETTI – Cetra*; ENRICO CARUSO – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=1HSb6JaODmg
Entra Norina e, insieme, cantano il noto duetto:
Tornami a dir che m’ami,
dimmi che mio tu sei;
quando tuo ben mi chiami
la vita raddoppia in me.
La voce tua si cara
Rinfranca il coreo oppresso
sicuro a te dappresso
tremo lontan da te.
(Incisioni più note: AMELITA GALLI-CURCI (S), TITO SCHIPA (T); TOTI DAL MONTE (S), TITO SCHIPA (T) – VDP*)
Don Pasquale e il Dottor Malatesta hanno udito la serenata, ma non possono scoprire il cantore. Il Dottore studia ora i mezzi per liberare Don Pasquale dalla moglie. Se Ernesto si sposasse, < Sofronia > lascerebbe subito la casa.
Si fa venire Ernesto e, alla fine, tutto l’intrigo è rivelato a Don Pasquale. Il quale tanto si rallegra di essere scapolo, da perdonare Ernesto e fargli una generosa assegnazione.
Incisioni dell’opera completa: ALDA NONI (S), CESARE VALLETTI (T), MARIO BORRIELLO (Br), SESTO BRUSCANTINI (Bs), Dir.: MARIO ROSSI, Coro e Orchestra della R.A.I. di Torino – Cetra; DORA GATTA (S), AGOSTINO LAZZARI (T), AFRO POLI (Br), FERNANDO CORENA (Bs), Dir.: ARMANDO
Laura Rocatello
RADIO3 SUITE - IL CARTELLONE
SABATO 2 MAGGIO 2009
ore 20.00
TEATRO MASSIMO DI PALERMO
LOHENGRIN
Opera romantica in 3 atti
Libretto e musica di Richard Wagner
PERSONAGGI e INTERPRETI:
Heinrich der Vogler = Bjarni Thor Kristinsson
Lohengrin = Zoran Todorovich
Elsa von Brabant = Martina Serafin
Friedrich von Telramund = Sergei Leiferkus
Ortrud = Marianne Cornetti
Der Heerrufer des König = Joachim Seipp
Orchestra e Coro del Teatro “Massimo” di Palermo
Direttore: Günther Neuhold
Maestro del coro: Andrea Faidutti
Coro “Orpheus” di Sofia; Maestro del coro, Krum Maximov
Regia, scene e costumi: Hugo de Ana
Visual Designer: Sergio Metalli
Maestro d’armi: Renzo Musumeci Greco
Registrato il 24 gennaio 2009 al Teatro Massimo di Palermo
Dopo la composizione di “Tannhauser”, Wagner ha difficoltà a trovare un nuovo soggetto e, mentre legge delle poesie tedeche medievali, la sua attenzione viene attirata dal figlio di Parsifal, Lohengrin, il cavaliere del cigno, il difensore dei perseguitati.
Wagner riesce a dare a questo soggetto un carattere mitologico universale, mentre – come artista – nel suo tempo, lo stesso Wagner si sente isolato e Lohengrin è l’immagine della sua posizione solitaria: infatti, come Lohengrin, desidera appassionatamente affetto e comprensione umani = gli uomini, però, non capiranno né lui, né Lohengrin.
Wagner scrive la musica per “Lohengrin” fra il 1846 e il 1848: l’opera viene subito accettata dall’ “OPERA” di Dresda ma, dal momento che il musicista partecipa ai moti insurrezionali politici del 1848, è costretto a lasciare
Per intercessione di Franz Listz, il 28 agosto 1850, la “PRIMA” avviene sotto
Come “Tannhauser”, “Lohengrin” segna un progresso nella sua estensione intellettuale e contiene brani compiuti (“Il sogno di Elsa”, “La storia del Graal di Lohengrin” e un certo numero di movimenti corali e orchestrali, indispensabili dell’opera): a differenza di “Tristano e Isotta”, qui il coro ha una parte decisiva.
Gli strumenti a fiato hanno compiti importanti, mentre si distinguono molto gli archi e particolari gruppi strumentali per la descrizione di caratteri o di situazioni come, ad esempio: Lohengrin, il cavaliere del Graal, è accompagnato da intonazioni alte, celestiali, spirituali dei violini; Elsa appartiene quasi esclusivamente agli strumenti a fiato e Ortruda (figura demoniaca e pagana) è messa in risalto dal tremolìo degli archi e dal clarinetto basso.
STEPHEN WILLIAMS così scrisse: “Il colore dominante – in “LOHENGRIN” – è “il bianco”, uno splendore immenso, accecante, che sembra scendere da un altro mondo.
Questa sensazione è concentrata nel preludio, che sarebbe bastato da solo a fare di Wagner un genio”.
http://www.youtube.com/watch?v=LMtRof9qJG8
(Incisioni più note: PAUL KLECKI, Philarmonia Orchestra – Col.*; EUGEN JOCHUM - Orchestra della Radio Olandese – DGR; PAUL VAN KEMPEN- Orchestra della Radio Olandese – Philips; ARTURO TOSCANINI, N.B.C. Symphony Orchestra – RCA; JASCHA HORENSTEIN, Orchestra Sinfonica di Bamberg – VOX)
Epoca: Prima metà del X secolo
Luogo: Anversa
ATTO I
Scena: Sulle rive della Schelda, nei pressi di Anversa. – Re ENRICO (basso) chiama a raccolta i nobili di Brabante. Gli Ungheresi minacciano la guerra e il Paese è in preda all’agitazione. Il Conte FEDERICO di TELRAMONDO (baritono) narra che il defunto Duca di Brabante gli affidò la protezione dei suoi due figli, ELSA e GOFFREDO.
Un giorno, ELSA (soprano), andata a passeggiare in una foresta col fratello, tornò sola. Telramondo l’accusa di averlo ucciso e rivendica in eredità il Ducato. Ha rinunciato al diritto di avere la mano di Elsa, sposandosi invece con una giovane discendente da un’antica famiglia principesca, ORTRUDA (contralto).
Il re esorta Elsa a difendersi ed ella gli racconta un sogno. Sola e indifesa, dice, implorò l’aiuto di Dio. Le apparve, allora, un cavaliere dall’armatura smagliante, il quale giurò che avrebbe combattuto in sua difesa:
Sola ne’ miei prim’anni
in preda a rio dolor
del cor gli orrendi affanni
celar dovetti ognor.
Talor dal mesto core
un gemito fuggì,
che messo di dolore
al Creator salì.
Ma tregua al lungo pianto
successe il sonno un dì,
e nel soave incanto
d’un sogno mi rapì.
(Incisioni più note: ROSETTA PAMPANINI, PIA TASSINARI – Cetra; VICTORIA DE LOS ANGELES – VDP)
http://www.youtube.com/watch?v=NMkN1bWwkmY
Telramondo rifiuta di ritrattare l’accusa e chiede al re che la questione venga decisa davanti a Dio in un duello che egli sosterrà con chiunque sia disposto a difendere l’onore di Elsa.
L’ARALDO (baritono) chiede ripetutamente ai cavalieri presenti se vi è qualcuno disposto a combattere per Elsa: “Si faccia avanti colui che combatterà nel nome di Dio per Elsa di Brabante!”. Ma Telramondo è temuto e nessuno osa presentarsi. Disperata, Elsa invoca Dio perché le mandi il cavaliere dei suoi sogni.
Dalla folla si leva un mormorìo. Una piccola barca, trascinata da un cigno candido come la neve, appare sul fiume con un cavaliere a prua, risplendente in un’armatura d’argento. La barca giunge a riva e, il cavaliere, LOHENGRIN (tenore) si accomiata dal cigno:
Mercè, mercè, cigno gentil!
Valica ancora l’ampio oceàn …
Ritorna, vanne nel santo asil,
in cui non penetra lo sguardo uman!
Compito il patto hai con onor.
Addio, addio, cigno canor!
(Incisioni più note: FRANZ VOELKER – DGR; AURELIANO PERTILE, MIGUEL FLETA – VDP)
Il cavaliere avanza verso il gruppo che osserva la scena attonito e dichiara che Elsa è innocente e che l’accusa di Telramondo è falsa. Chiede a Elsa se vuole accettare la sua protezione e se vorrà diventare sua moglie qualora egli vinca. Elsa risponde gettandosi fra le sue braccia e ringraziandolo per essere venuto in suo aiuto. Il cavaliere esige la promessa che ella non chieda mai chi sia e da dove sia venuto. Se ella non la manterrà, egli sarà costretto ad abbandonarla per sempre.
L’araldo predispone il combattimento e il re innalza la preghiera:
O re del ciel, nostro Signor,
guida l’acciar ai due campion,
il giusto sol sia vincitor,
trionfi il vero nella tenzon.
Nel giusto sia d’eroe l’ardor,
al reo, deh, togli e forza e cor!
L’ora è fatal: ci assisti, o ciel
Squarcia d’inganno il triste vel!
(Incisioni più note: OTTO VON ROHR – DGR)
Nel combattimento, il cavaliere trionfa su Telramondo, senza però ucciderlo. Mentre Elsa e il cavaliere vengono portati in trionfo, Telramondo cade ai piedi di sua moglie, sconfitto e disonorato.
ATTO II
Scena: Cortile del castello reale ad Anversa. - È notte. Nelle tenebre, sui gradini della cattedrale, sono seduti Telramondo e Ortruda. Dal castello in festa si odono le trombe della guardia. Telramondo vorrebbe andarsene, ma sua moglie si oppone. Esasperato, egli la rimprovera d’essere stata la causa della sua disfatta. Fu lei a indurlo ad accusare Elsa dell’uccisione di suo fratello e, ora, il verdetto di Dio l’ha smascherata. Ma Ortruda si beffa di lui, pensando che egli sia stato vinto a causa della sua vigliaccheria. Ella ha un progetto: ingannerà Elsa inducendola a rompere la sua promessa al cavaliere sconosciuto. Se egli rivelerà la sua identità, perderà il suo potere.
Elsa esce sul balcone. Ringrazia Iddio per averle mandato un difensore e inneggia alla propria felicità. Ortruda allontana Telramondo e ostenta dolore con lamenti ad alta voce. Commossa, Elsa si affretta a consolarla. Ortruda finge di essere preoccupata per Elsa esprimendo la convinzione che il cavaliere sconosciuto sia uno stregone. Elsa prova pietà per l’infelicità della donna e la porta con sé, al castello.
L’indomani mattina, l’araldo proclama che Telramondo è stato condannato all’esilio e che al cavaliere sconosciuto spetta il feudo di Brabante e, quindi, Elsa in moglie. Il cavaliere non sarà chiamato “duca” ma “protettore” di Brabante.
Il corteo di dame di corte, in abiti variopinti, entra in chiesa mentre Elsa esce dal castello. Sta per salire i gradini della cattedrale quando Ortruda le si para davanti. Protesta che ella e suo marito sono stati ingiustamente disonorati e accusa lo sconosciuto cavaliere di stregoneria.
Giungono il Re e il cavaliere. Questi calma Ortruda. Ma, mentre egli sta per entrare in chiesa con la sposa, appare il Conte Telramondo che lo accusa di magìa nera e chiede che egli riveli il suo nome. Il cavaliere lo respinge e dichiara di dover render conto di ciò soltanto a Elsa. Elsa afferma che l’amor suo vince ogni dubbio e, accompagnata dalle note dell’organo, entra in chiesa al braccio del suo cavaliere.
ATTO III
Scena 1: La stanza nuziale nel castello. - http://www.youtube.com/watch?v=InPRlxxOpOc
Mentre echeggiano le ultime note del coro nuziale, http://www.youtube.com/watch?v=8J7Jhx93s9w
il re e i cortigiani accompagnano i giovani alla loro stanza. Ma la felicità di Elsa non è completa: il dubbio insinuato da Ortruda la turba ed ella finisce per implorare il cavaliere di svelarle il suo nome. Ella vuol conoscerlo, anche a costo di morire.
In quel momento, Telramondo irrompe nella stanza con quattro uomini. Elsa porge la spada al marito che, con un sol colpo, uccide Telramondo. Gli amici del conte cadono in ginocchio davanti al cavaliere, il quale ordina loro di trasportare il cadavere davanti al sovrano. Rimprovera a Elsa di non aver saputo mantenere la promessa e dice che risponderà alla sua domanda quando sarà davanti al re.
Scena 2: Sulle rive della Schelda, come nel primo atto. – Il re ha convocato la corte. Davanti a lui è stata posta la bara contenente il corpo di Telramondo.
Elsa appare pallida e disfatta. Quando giunge il cavaliere, tutti l’acclamano, ma si addolorano tosto quando egli dichiara che non può più essere il loro protettore. Dopo aver narrato dell’assalto di Telramondo, dice che Elsa è venuta meno alla parola data e che ora egli rivelerà chi è e da dove è venuto.
In un lontano Paese, dice, vi è il castello di Monsalvato, ove è custodito, raccolto in un calice, il sangue di Cristo portato lassù da una schiera di Angeli. Questo calice si chiama “GRAAL” ed è sorvegliato da un gruppo di cavalieri che hanno il compito di proteggere chi abbisogna di aiuto. A nessuno deve essere palesato chi essi siano, pena la perdita del loro potere divino. Ogni anno, una colomba rinnova il potere del calice, parsifal, suo padre, è il re del castello ed egli si chiama LOHENGRIN:
Da voi lontan, in sconosciuta terra,
havvi un castel che ha nome Monsalvato;
là un sacro tempio una foresta serra,
di gemme senza pari e d’oro ornato;
ivi una coppa, che del cielo è dono
guardata è qual reliquia del Signor;
a lor che di virtù campioni sono,
un angiol la portò sull’ali d’or.
(Incisioni più note: AURELIANO PERTILE, MIGUEL FLETA, MARIO DEL MONACO- VDP)
http://www.youtube.com/watch?v=tB9TjEjiszM
Riappare, sul fiume, la barca trascinata dal cigno. Lohengrin, affranto dal dolore, si accomiata da Elsa che – a malapena – si regge in piedi. Lohengrin le confida che, se avesse saputo mantenere il segreto per un anno, suo fratello Goffredo sarebbe tornato. Ma aggiunge che, se nonostante tutto, questi dovesse tornare, ella gli dovrà dare la spada, il corno e l’anello di Lohengrin.
Mentre Lohengrin si avvia verso la sponda del fiume, Ortruda avanza di scatto gridando trionfante che il cigno è il fratello di Elsa che ella ha stregato.
Lohengrin si inginocchia pregando sommessamente: ed ecco che una colomba bianca vola sopra la barca. Lohengrin si rialza e scioglie la catena che lega il cigno,
http://www.youtube.com/watch?v=xYBFDu3iQsI
il quale scompare nei flutti mentre un giovanotto vestito d’argento balza sulla sponda del fiume. È il fratello di Elsa. Ortruda lo vede e cade svenuta.
Lohengrin sale sulla barca che, lentamente, si allontana trascinata dalla colomba bianca. Elsa urla invocando Lohengrin e, con le mani strette sul cuore, cade morta al suolo.
(Edizione Ricordi)
Incisioni dell’opera completa: ELEANOR STEBER (S), WOLFGANG WINDGASSEN (T), JOSEF GREINDL (Bs), Dir.: JOSEPH KEILBERTH, Coro e Orchestra di Bayreuth – Decca; ANNELIESE KUPPER (S), LORENZ FEHENBERGER (T), OTTO VON ROHR (Bs), Dir.: E. JOCHUM, Coro e Orchestra della Radio Bavarese – DGR; M. CUNITZ (S), R. SCHOCK (T), G. FRICK (Bs), Dir.: WILHELM SCHUECHTER, Coro e Orchestra della Radio di Amburgo – VDP
Laura Rocatello
RADIO3 SUITE - IL CARTELLONE
SABATO 11 APRILE 2009 - ore 20.00 - in “diretta” Euroradio dalla ROYAL OPERA HOUSE “COVENT GARDEN”
IL VASCELLO FANTASMA, ovvero L’OLANDESE VOLANTE (DER FLIEGENDE HOLLÄNDER)
Opera romantica in tre atti: libretto e musica di Richard Wagner
Prima rappresentazione: 2 gennaio 1843 al Teatro “Königlich Sächsisches Holftheater” di Dresda
PERSONAGGI e INTERPRETI:
Der Holländer = Bryn Terfel
Senta = Anja Kampe
Daland = Hans-Peter König
Erik = Torsten Kerl
Mary = Clare Shearer
Il timoniere = John Tessier
Orchestra della Royal Opera House - direttore: Marc Albrecht
Regia, Tim Albery
Scene, Michael Levine
Costumi, Constance Hoffmann
Luci, David Finn
Registrazione del 4 marzo
Quest’opera in tre atti con libretto e musica di RICHARD WAGNER, cronologicamente, è la quarta delle sue composizioni teatrali.
Wagner concepisce l’idea nel 1839 mentre compie un viaggio da Pillau (Prussia Orientale) a Londra per sfuggire ai suoi creditori di Riga.
Wagner descrive così quel viaggio:
< Durò tre settimane e mezzo e fu molto emozionante. Tre volte fummo investiti da tempeste violente e, una volta, il capitano dovette cercare rifugio in una baia norvegese …
La leggenda dell’Olandese Volante, come la sentii raccontare dai marinai s’impresse vividamente nella mia immaginazione, come un quadro. Mi sentii come se io stesso avessi vissuto la vita dei pirati >.
Nella leggenda marinara, L’Olandese Volante era un empio capitano di mare che salpò il giorno di Venerdì Santo per dimostrare il proprio disprezzo verso
Per punizione fu condannato a vagare senza sosta per i mari fino al giorno del Giudizio.
Incontrarlo in mare, portava sventura.
Heine si servì della leggenda e Wagner prese da lui il materiale per la propria opera.
Nell’opera di Wagner, l’Olandese ha una possibilità di ottenere il Perdono di Dio: per
“IL VASCELLO FANTASMA” rappresenta il primo passo che allontana Wagner dalla forma “normale” operistica indirizzandolo verso il < dramma musicale >. Infatti, trent’anni dopo, lo stesso Wagner scrive: “Che io sappia, nella vita di nessun altro artista si riscontra una così sorprendente e così rapida trasformazione quale quella fra il “Rienzi” e “Il vascello fantasma”.
L’ouverture, che viene scritta per ultima, contiene due dei motivi dell’opera: il “Leitmotiv” dell’Olandese – che si suppone identico ad una melodia popolare delle Ebridi e da un’impressione realistica dell’interessante vagabondare per i mari del capitano, e il motivo della “Redenzione” (“Redenzione”, tema spirituale che si ripete anche in “tannhäuser”).
(Incisioni più note: HANS KNAPPERTBUSCH – Orch. Fil. di Vienna – Decca; FERENC FRICSAY, Orchestra RIAS di Berlino – DGR; RUDOLF MORALT, Orch. Sinf. Di Vienna – Philips; ARTUR ROTHER, Orch. Opera di Berlino – Tel.; WILHELM FURTWAENGLER, Orch. Snf. Di Vienna – VDP)
http://www.youtube.com/watch?v=O1HwR_ZuYXY
Epoca: indeterminata. Luogo:
ATTO I
Scena: Un avamporto. – Il navigatore norvegese DALANDO (basso) ha trovato riparo in un porto da una tempesta che lo ha trascinato a cinquanta miglia dalla costa nativa. Egli si fa sostituire nella guardia dal PILOTA (tenore), il quale per ingannare il tempo intona una canzone. Il pilota si addormenta. Ad un tratto, uno strano vascello scuro (con le vele rosse) entra nel porto scivolando sulle onde. Un uomo, pallido come uno spettro e avviluppato in un mantello nero, scende a terra.
È l’OLANDESE VOLANTE (baritono), un pirata.
Dopo il recitativo “Die Frist ist um” (il termine è scaduto), egli canta la nota aria in cui si lamenta del proprio duro destino:
Oh, quante volte nel profondo mare
mi gettai pien di desir,
e pur la morte non trovai!
Là dove è fiera spaventevol tomba,
lì spinsi il mio piè.
E pur son vivo
per mio destin!
Con scherno minacciai il pirata,
pugnai, ma invan sperai morir.
(Incisioni più note: SIGURD BJOERLING – Col.; JOSEF METTERNICH – DGR; OTTO EDELMANN – Philips)
Risalendo sul ponte della propria cabina, Dalando vede la strana nave e il suo capitano. Apprende che lo straniero è olandese e che ha navigato in mari molto lontani. Lo invita a seguirlo al suo paese e lo straniero, in cambio, gli dona un cofano pieno di diamanti e d’oro. Dalando gli confida di avere una figlia e l’Olandese chiede di sposarla.
Contento di avere trovato un genero così ricco, Dalando accoglie la proposta. I due capitani levano le ancore e fanno vela verso la terra nativa di Dalando.
ATTO II
Scena: Una stanza in casa di Dalando. – Un gruppo di donne sta filando sotto la vigilanza di MARY (contralto), la quale è stata nutrice della figlia di Dalando, SENTA (soprano). I pensieri di Senta sono occupati dalla leggenda dello sventurato Olandese Volante, di cui c’è un vecchio ritratto appeso sopra la porta: ella canta la ballata che narra dell’infelice uomo di mare che potrà salvarsi dalla dannazione eterna soltanto se incontrerà una donna fedele:
Jo-ho-hoè! Jo-ho-ho-hoè! Ho-ho-hoè! Jo-hoè!
Sull’onde errante incontrasi vascel
Dai neri alberi, con rosse vele
E un pallido nocchier che lo governa.
Hui!Che orribil vento! Jo-hoè! Jo-hoè!
Hui! Sibila e fischia! Jo-hoè! Hui!
Lo sospinge sul mar, senza fin!
(Incisioni più note: LEONIE RYSANEK – Col.; ANNELIESE KUPPER – DGR; HILDE ZADEK – Philips)
http://www.youtube.com/watch?v=DxfVOei0usU
Attenzione: e’ il sogno che si trasformera’ in realta’.
Mentre Senta rivela la sua segreta aspirazione, quella cioè di essere la donna che salverà l’Olandese Volante, entra il suo innamorato, il cacciatore ERIK (tenore), il quale rimane costernato nell’udirla esprimere un simile desiderio.
All’annuncio che la nave di Dalando è in vista, le donne si precipitano fuori per dargli il benvenuto.
Erik confida a Senta di avere sognato che Dalando sarebbe tornato a casa con uno straniero il quale avrebbe voluto sposare lei, Senta … e lo straniero era l’uomo il cui ritratto sta appeso sopra la porta. Senta è esultante; ella vuole sacrificarsi per lo straniero. Sbigottito, Erik se ne va.
La porta si apre e la fanciulla si trova di fronte un uomo, dal viso pallido ed emaciato. Dietro di lui appare Dalando, il quale riferisce l’incontro con lo straniero e conclude dicendo che è ricco e intende sposare Senta.
Dapprima, l’Olandese non osa credere che la fanciulla potrà essere sua compagna fedele, ma l’atteggiamento di Senta lo rassicura.
Dalando, felice, si accinge ai preparativi per celebrare il fidanzamento.
ATTO III
Scena: Il porto. – Le navi di Dalando e dell’Olandese sono ormeggiate alla banchina. Le donne recano cibi e bevande ai marinai di Dalando , i quali le accolgono con gioia. – Insieme cantano e dnzano. – La nave dello straniero rimane scura e silenziosa.
Quando i Norvegesi tentano di persuadere gli Olandesi a partecipare alla festa, il lugubre equipaggio intona una sinistra canzone.
Erik rimprovera a Senta di averlo ingannato. La fanciulla ribatte dicendo di non essersi mai promessa seriamente a lui e aggiunge che il suo dolore è nulla a paragone delle pene di cui soffre lo straniero.
Vedendo Senta con Erik, l’Olandese pensa che ella non abbia tenuto fede alla promessa. Ma, poiché ella non ha ancora fatto voto davanti a Dio, le sarà risparmiata la dannazione che colpisce le donne che gli sono state infedeli. Dopo aver, in tal modo, rivelato la propria identità, egli ordina ai suoi uomini di prepararsi a salpare.
Senta grida di avere sempre saputo chi egli sia e che non mancherà alla propria promessa e si getta in mare, sacrificandosi per salvarlo.
La nave dell’Olandese urta contro uno scoglio e affonda.
Le figure di Senta e dell’Olandese affiorano dalle onde e, abbracciate, salgono verso il cielo.
(Edizione Ricordi)
(Incisioni dell’opera completa: ASTRID VARNAY (S), RUDOLF LUSTIG (T), HERMANN UHDE (Br) – Dir.: JOSEPH KEILBERTH, Coro e Orchestra del FESTIVAL di BAYREUTH- Decca; ANNELIESE KUPPER (S), WOLFGANG WINDGASSEN (T), JOSEPH METTERNICH (Br), Dir.: FERENC FRICSAY, Coro e Orchestra RIAS di Berlino – DGR)
Laura Rocatello
13 agosto 2008 = SERA:
Vengo contattata a mezzo della chat splinderiana da una persona il cui simbolo, veramente, avevo visto passare prima (forse, anche ieri sera, oppure l’altra sera):
Mi saluta: “Ciao. C6?”.
Io: “Sì. Ciao, Omero. Come stai?”.
… E inizia la nostra conversazione basata sulla Mitologia e sulla Filosofia dell’Antica Grecia.
OMERO mi chiede se so che cos’è
Omero mi risponde che “è L’AMORE PER
Io: “Strano: avevo questa informazione. – Però, non è un problema”.
Il discorso continua con SOCRATE, OMERO, L’ILIADE e l’ODISSEA: per errore, anziché “ILIADE”, dico “ENEIDE” e Omero mi corregge dicendomi che "l’ENEIDE è stata scritta da VIRGILIO".
Io: “è vero! MA CHE STUPIDA! COME HO FATTO A CONFONDERMI! È STATO UN LAPSUS!”.
Attraverso
Beh! Non ci crederete: io e Omero siamo diventati GRANDI AMICI e, in seguito, in moltissime occasioni mi ha espresso che sono “ATHENA dei nostri tempi” (
Mi ha detto che gli ricordavo la sua insegnante: gli allievi erano tutti innamorati di lei.
Mi ha anche scritto che L’AURA gli ricorda l’ORO e NADJA
Si tratta di una cosa bellissima e, A QUESTO GRANDE AMICO – che apprezza
UN "GRAZIE", OMERO.
Laura Rocatello
"L’ELISIR D’AMORE" di GAETANO DONIZETTI
Opera buffa in due atti di DONIZETTI, su libretto di FELICE ROMANI (= N.B.: è il librettista di “NORMA” di VINCENZO BELLINI)
È un’opera deliziosa, nell’autentico stile comico italiano, dalla musica briosa e melodica, con divertenti cori < sussurrati >, arie affascinanti, un intreccio semplice ma grazioso.
Dopo la prima rappresentazione a Milano, nel 1832, per molti anni fece rare apparizioni; è divenuta popolare solo in tempi relativamente recenti ed è nel repertorio dei più grandi teatri.
Epoca: Fine del XVIII secolo
Luogo: Un villaggio presso Firenze
ATTO I
Scena 1: L’ingresso di una fattoria. – Sotto un grande albero riposano mietitori e mietitrici. ADINA (soprano) siede in disparte leggendo ai contadini le storie di Tristano. NEMORINO (tenore) l’osserva da lontano, vorrebbe fare degli approcci ma è così timido che non sa esprimersi e canta:
Quanto è bella,quanto è cara!
Più la vedo e più mi piace…
Ma in quel cor non son capace
lieve affetto ad inspirar.
Essa legge, studia, impara …
non vi ha cosa ad essa ignota …
e io son sempre un idiota,
io non so che sospirar…
Quanto è bella, qunto è cara.
Incisioni più note: FERRUCCIO TAGLIAVINI – Cetra*; BENIAMINO GIGLI – VDP (Voce Del Padrone)
http://www.youtube.com/watch?v=JVKvFqhxeBg
Scena 2: La piazza del villaggio. – Suona il tamburo, tutti si alzano. Giunge il sergente BELCORE (baritono) guidando un drappello di soldati. Si avvicina ad Adina, la saluta e le porge un mazzetto di fiori.
http://www.youtube.com/watch?v=E2NM_URwJwE
Nemorino, punto da gelosia, vince la timidezza e dichiara il suo amore alla ragazza. Ma questa respinge le sollecitazioni amorose del giovane.
http://www.youtube.com/watch?v=em0Y8HP4IeY
Un dottore ciarlatano, DULCAMARA (basso), arriva al villaggio decantando i suoi prodotti.
http://www.youtube.com/watch?v=I4XOAOVwbGE (vedi “Incisioni dell’opera completa”, in fondo con Noni, Valletti, Poli, Bruscantini – Dir.: Gavazzeni)
Nemorino gli chiede se per caso non possegga il filtro magico della regina Isotta (amata da Tristano) e, subito, Dulcamara gli vende l’elisir desiderato (una bottiglietta di vino rosso) che gli permetterà di conquistare il cuore di Adina entro ventiquattr’ore. Nemorino la vuota in un sorso con risultato istantaneo. Incomincia a cantare e a ballare, senza rivolgere la minima attenzione ad Adina.
Adina, contrariata dal contegno di Nemorino, s’impegna col sergente. Questi riceve l’ordine di partire col suo reparto e, perciò, deve sposarsi immediatamente. Adina accetta e il suo consenso sembra accrescere il buon umore di Nemorino.
ATTO II
Interno della fattoria di Adina
I paesani si preparano a festeggiare il matrimonio di Belcore con Adina, ma questa pensa che non sia il caso di affrettarsi. Nemorino, constatando che il matrimonio deve avvenire prima delle fatali ventiquatt’ore, desidera comprare un’altra bottiglietta di filtro; poiché non ha denaro, si fa arruolare da Belcore, per poter soddisfare il dottor Dulcamara con la paga di soldato.
Frattanto, si sparge in paese la voce che Nemorino ha ereditato una grossa sostanza da un vecchio zio. Tutte le ragazze, meno Adina (che non sa nulla), aspirano al nuovo ottimo partito.
Vedendosi così ammirato, il buon Nemorino crede all’effetto dell’elisir e s’accorge di un primo turbamento di Adina. È qui che canta la famosa romanza:
Una furtiva lagrima
Negli occhi suoi spuntò:
quelle festose giovani
invidiar sembrò.
Che più cercando io vo?
Che più cercando io vo?
M’ama, sì, m’ama, lo vedo.
Incisioni più note: FERRUCCIO TAGLIAVINI, CESARE VALLETTI – Cetra*; GIOVANNI MANURITA, LUIGI INFANTINO, NICOLA MONTI – Col*; GIACINTO PRANDELLI – Decca; ENRICO CARUSO – VDP; BENIAMINO GIGLI, TITO SCHIPA, AURELIANO PERTILE – VDP
http://www.youtube.com/watch?v=bVjS3VKpZ8o
Quando Adina viene a sapere da Dulcamara che Nemorino ha venduto la libertà per amor suo, comprende il sincero affetto del giovane. Lo riscatta da Belcore e finalmente si unisce al fedele e tenace innamorato.
Naturalmente, Dulcamara coglie l’occasione per attribuire il felice avvenimento al potere del suo elisir.
(Edizioni Ricordi)
Incisioni dell’opera completa:
ALDA NONI (S), CESARE VALLETTI (T), AFRO POLI (Br), SESTO BRUSCANTINI (Bs), - Dir.: GIANANDREA GAVAZZENI – Coro e Orchestra della R.A.I. di Roma (Cetra)
HILDE GUEDEN (S), GIUSEPPE DI STEFANO (T), RENATO CAPECCHI (Br), FERNANDO CORENA (Bs), - Dir.: FRANCESCO MOLINARI PRADELLI – Coro e Orchesta del MAGGIO MUSICALE FIORENTINO (Decca)
MARGHERITA CAROSIO (S), NICOLA MONTI (T), TITO GOBBI (Br), MELCHIORRE LUISE (Bs), - Dir.: GABRIELE SANTINI – Coro e Orchestra del Teatro dell’OPERA di Roma
Laura Rocatello
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- È da notare l’ “altezza” della musica di Wagner che esprime grande bellezza, grande passionalità per quest’opera chiamata “l’opera dello SGUARDO” proprio perché Isotta e Tristano, APPENA SI GUARDANO, SI AMANO SUBITO, specialmente nel passo del duetto d’amore al termine del I atto dopodiché – dopo che i due amanti si sono abbracciati ardentemente, la donna cade svenuta nelle braccia di Tristano.
- Veramente, si amavano già da prima di bere il filtro magico e il loro è un AMORE DI GRANDISSIMA INTENSITà.
La materia, studiata da chi di dovere, paragona la cosa richiamando SANT’AGOSTINO: “AMAR, AMANDO” (infatti, Wagner NON era solamente MUSICISTA, MA anche FILOSOFO).
- È definita opera eccezionale sotto l’aspetto psicologico e strumentale.
Quest’opera inaugura il “FESTSPIEHAUS” WAGNERIANO di BAYREUTH di quest’anno:
- Il I ATTO inizia alle ore 16,02 e termina dopo un’ora e 21 minuti e mezzo (per la precisione) con grandi applausi.
- Il II ATTO inizia alle ore 18,27 e prosegue fino alle 19,50.
- Il III ATTO inizia alle ore 20,50 e termina alle 22,10.
- Subito dopo la fine del III atto, si sentono “applausissimi”, rumore di piedi picchiati per terra e ovazioni vocali.
- Per quanto riguarda “ISOTTA”, Irène Theorin (soprano svedese) ha ricoperto validamente e molto appassionatamente questo ruolo, non mostrando la fatica procuratale dal lungo canto, specialmente interpretando mirabilmente la “MORTE DI ISOTTA” che chiude il III atto, ossia tutta l’opera.
http://www.youtube.com/watch?v=FL1gFw-7SMc: questo link contiene l’INIZIO di “TRISTAN UND ISOLDE”, l’OUVERTURE-INCISIONE STORICA diretta da ARTURO TOSCANINI che, amico di VERDI, contribuì a diffondere in Italia la musica di WAGNER (“CTRL + CLIC” per aprire il collegamento o, meglio, cliccare due volte con il tasto sinistro del mouse).
N.B.: Dai 2 minuti e 59 secondi sino al termine della sinfonia (= ouverture), la musica sottolinea il Tema d’Amore, richiama il Duetto Appassionato e
Sul vascello di TRISTANO (tenore), scudiero di MARKE (basso), re di Cornovaglia (Inghilterra di Sud-Ovest), ISOTTA (soprano) non nasconde la propria indignazione nei confronti del giovane che, dopo averle ucciso il fidanzato in battaglia, l’ha costretta ad abbandonare la patria irlandese e la conduce ora in sposa al suo sovrano.
In Cornovaglia. - Per placare l’ira della sua signora, l’ancella BRANGàNIA (mezzosoprano) suggerisce a costei di ricorrere ad alcuni filtri magici che possiede: Isotta, presa dalla disperazione, sceglie la bevanda della morte, ma quando Tristano le appare ed ella - pur ricordandogli il debito di sangue da cui sono divisi - gli propone di attingere insieme alla coppa della riconciliazione, Brangania sostituisce al filtro mortale quello dell’amore.
I due, dopo aver bevuto, rimangono immobili un istante poi, fissandosi intensamente, si gettano l’una fra le braccia dell’altro.
Travolti dalla passione, gli amanti si abbandonano nel giardino della reggia ad un lungo colloquio notturno, dimentichi di tutto ed insensibili ad ogni richiamo di prudenza (“Su di noi discendi, notte arcana, …”).
Vengono sorpresi, teneramente abbracciati, da re Marke e dai cortigiani, uno dei quali, MELOT (tenore) si avventa per gelosia su Tristano, colpendolo con la spada.
Tristano, gravemente ferito, è allora trasportato dai suoi uomini in un castello diroccato sulla costa bretone dove lo veglia, in un’alternanza di speranza e di sfiducia, il fedele KURNEVALDO (baritono): il giovane guerriero delira e non cessa di invocare con febbrile esaltazione la donna amata che, finalmente, giunge appena in tempo per raccogliere l’ultimo respiro di lui.
Isotta appare sconvolta ed ormai estranea a tutto ciò che la circonda, né sembra avvedersi dell’arrivo del re che, appreso da Brangania il mistero del filtro, è venuto a concedere il perdono; ella continua a contemplare il corpo senza vita di Tristano; quindi, come trasfigurata da una visione ultraterrena, alza il suo estremo lamento all’amato su cui infine si abbatte esanime, con lo sguardo traboccante di sovrumana felicità.
Laura Rocatello
“
18 dicembre 2008 – h. 20,45 - INGRESSO GRATUITO
personaggi ed interpreti:
violetta valéry = ekin futaci de ambrogio
alfredo germont = dong gill
giorgio germont (padre di Alfredo) = orazio mori
flora = isabel de paoli
annina = camilla antonimi
gastone = andrea brogiotto
barone = diego bellini
marchese = nicolò dal ben
il dottore = giampaolo vessella
giuseppe = paolo saccaggi
un commissario = antonio peloso
servo di flora = antonio peloso
direzione musicale: luis baragiola
direttore del “coro rosetum”: debora mori
a cura di daniele rubboli con il contributo del comune di milano–“zona
Il libretto dell’opera, musicata da GIUSEPPE VERDI, è scritto da FRANCESCO MARIA PIAVE ed è tratto dal romanzo-dramma di ALEXANDER DUMAS figlio, “
Verdi giunge a Parigi nel 1852 proprio mentre questo dramma è il successo della stagione e provoca, ogni sera, in teatro, grande affluenza di spettatori.
Pare che il fatto interessi la vita privata dello scrittore e si nota la somiglianza della protagonista con Alphonsine Duplessis, uno dei volti più noti della mondanità della capitale francese. (Più tardi, lo stesso Dumas ammetterà che la prima parte dell’intreccio è autobiografico).
Verdi, persona non meschina e sempre aperta alla comprensione delle miserie altrui (infatti, convive con il soprano GIUSEPPINA STREPPONI, e la loro relazione sarà regolarizzata il 29 agosto 1859 nello Stato Monarchico della Casa “Savoia”), rimane fortemente impressionato e intuisce quale magnifico libretto si può trarre dalla storia di Marguerite Gauthier (il testo del Piave rimane fedele allo scritto di Dumas), il cui Amore è esaltante e la cui umanità è sincera e genuina, cose che colmano il dramma dello scrittore francese. – La musica di Verdi, per quest’opera, può essere < umana > e può dare anche un quadro completo alla sua epoca, dove i suoi contemporanei vi si possono riconoscere, immedesimarsi, prenderne parte.
Verdi raggiunge un nuovo stile di musica, la quale è pronta in sole sei settimane: si ha il ritratto psicologico musicale dei personaggi, ritratto prodigiosamente rispondente alla realtà.
Epoca: 1840
Luogo: Parigi
ATTO I
Il preludio al primo atto (http://www.youtube.com/watch?v=aikMeJ6_jGE ) espone il quadro dei sentimenti intimi di Violetta, un semplice essere umano: presenta le melodie che, nell’opera, accompagnano gli episodi salienti della giovane.
Le chiare (direi, “quasi eteree”, per usare una parola di Alfredo in “Udì, felice, eterea …) note dei violini (che saranno d’inizio anche del preludio all’ultimo atto) introducono al dramma e ne preannunciano la tragica conclusione.
Sempre nel preludio all’atto primo, segue l’appassionato tema dell’ ”addio” di Violetta ad Alfredo, mentre si sente come una graziosa “danza” sprigionata dai violini in modo civettuolo, quasi frivolo che vogliono esprimere l’altro lato della protagonista.
{Incisioni più note del preludio: GABRIELE SANTINI, Orchestra della R.A.I. - Cetra; ALCEO GALLIERA, Philarmonia Orchestra – Col.; ANTONIO GUARNIERI, Gr. Orch. Sinf. – Odeon}
Scena: Sala da ricevimento di Violetta Valéry. – Un ricevimento folleggia nella casa della bella e famosa mondana violetta valéry (soprano). Ella confida all’amica FLORA BERVOIX (mezzosoprano) di voler annegare nelle ebbrezze di una vita allegra i dolori e le pene che le dà la salute malferma. GASTONE, VISCONTE DI LETORIèRES (tenore), presenta a Violetta ALFREDO GERMONT (tenore), dicendole che questi è un suo fervido ammiratore.
Il Barone DOUPHOL (baritono), il suo amante attuale, è punto da gelosia.
Alfredo alza una coppa di champagne e canta “IL BRINDISI”):
Libiamo, libiamo ne’ lieti calici
che la bellezza infiora
e la fuggevol, fuggevol ora
s’inebri a voluttà.
Libiam ne’ dolci fremiti
Che suscita l’amore
Poiché quell’occhio al core
Onnipotente va.
Libiamo, libiamo amor fra i calici
più caldi baci avrà.
{Incisioni più note: MARIA GENTILE (S), ALESSANDRO GRANDA (T) – Col.; PATRICE MUNSELL (S), CHARLES CRAIG (T) – VDP; gluck (s), enrico caruso (t) - VDP; licia albanese (s), jan peerce (t), Dir.: ARTURO TOSCANINI – RCA}
http://www.youtube.com/watch?v=yr5tRDpo0ro
Alfredo invita Violetta a ballare ma, dopo pochi passi, ella è presa da una crisi di tosse ed è costretta a sedersi. Alfredo le dichiara, allora, il suo amore e canta:
Un dì felice, etera
Mi balenaste innante
E da quel dì, tremante,
vissi d’ignoto amor.
Di quell’amor, quell’amore ch’è palpito
Dell’universo, del’universo intero
misterioso, misterioso altero,
croce, croce e delizia, croce e delizia al cor.
http://www.youtube.com/watch?v=bcxEZDYef14
Violetta gli dona una camelia, il suo fiore preferito e gli promette di rivederlo quando esso sarà appassito.
Gli invitati si congedano e Violetta rimane sola. Ella si rende conto di desiderare appassionatamente il nuovo incontro con Alfredo; per la prima volta conosce cosa sia il vero Amore (“ … o gioia ch’io non conobbi essere amata,amando …).
Ah, fors’è lui che l’anima
solinga ne’ tumulti, solinga ne’ tumulti
godea sovente pingere
de’ suoi colori occulti …
de’ suoi colori occulti …
Lui che modesto e vigile
all’egre soglie ascese
e nuova febbre accese
destandomi all’Amor.
(Incisioni più note: MAGDA OLIVERO – Cetra*; TOTI DAL MONTE, MARGHERITA CAROSIO – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=QXXvXyh4pn4
Atto II
Scena 1: Una villa fuori Parigi. – Per tre mesi, Violetta e Alfredo hanno goduto insieme la loro felicità, lontano dalla frivola società di Parigi.
Alfredo è profondamente innamorato, felice di possedere l’amore di Violetta:
De’ miei bollenti spiriti
il giovanile ardore
ella temprò col placido
sorriso dell’amor, dell’amor.
Dal dì che disse: “Vivere io voglio, io voglio a te fedel”,
dell’universo immemore
io vivo, io vivo quasi,
io vivo quasi in ciel.
(Incisioni più note: MARIO DEL MONACO – Decca; BENIAMINO GIGLI, GIUSEPPE DI STEFANO – VDP)
http://www.youtube.com/watch?v=1NAczC-AQYE
Alfredo apprende dalla cameriera ANNINA (mezzosoprano) che Violetta ha venduto i suoi gioielli per sopperire alle loro spese e parte immediatamente per Parigi allo scopo di procurarsi denaro e restituirglielo.
Violetta ha ricevuto da parte di Flora un invito ad uno dei suoi brillanti trattenimenti. Ma ella si sente troppo felice con Alfredo per desiderare di ritornare alla vita mondana.
È annunciato un visitatore: è il padre di Alfredo, GIORGIO GERMONT (baritono). È venuto per invitare Violetta a troncare la relazione che minaccia di condurre suo figlio alla rovina finanziaria.
Ella nega che sia così e gli prova di aver venduto i propri gioielli. Germont, pur impressionato da questo gesto, è tuttavia in ansia per l’avvenire del figlio: ella è una nota donna di mondo, dopotutto. “Ma io amo Alfredo” risponde Violetta con disperazione “e il sincero pentimento mi ha meritato il perdono di Dio”. – “Ho due figli” risponde Germont senza pietà “e la loro felicità dipende da voi. La mia giovane figlia sta per sposarsi; ma il fidanzamento sarà rotto se Alfredo non romperà questo legame, salvando dallo scandalo il nome della della famiglia”.
Di fronte alla scelta proposta al suo cuore, Violetta si dispera; ma dopo una dura lotta con se stessa, si arrende al desiderio di Germont. Accetta di sacrificare la propria felicità per il bene di Alfredo e per l’onore della sua famiglia.
Germont, pieno di gratitudine e profondamente commosso, è ora disposto a maggior benevolenza verso di lei.
Quando Alfredo ritorna, Violetta sta per partire: egli non ha il minimo sospetto di quanto è avvenuto nell’incontro tra lei e il vecchio Germont, crede che violetta si rechi semplicemente ad una visita. Ma una lettera a firma di Violetta, che gli viene recapitata subito dopo, lo informa della partenza dell’amata per Parigi. Alfredo rimane sbigottito. Suo padre tenta, senza disingannarlo, di consolarlo, rammentandogli la sua felice infanzia e la sua cara casa di Provenza.
Di Provenza il mar, il suol
Chi dal cor ti cancellò?
Al natìo fulgente sol
Qual destino ti furò?
Oh, rammenta pur nel duol
Ch’ivi gioia a te brillò,
e che pace colà sol
in te splendere ancor può.
(Incisioni più note: CHARLES GUICHANDUT – Cetra*; RICCARDO STRACCIARI, PAOLO SILVERI – Col.*; MATTIA BATTISTINI, TTTA RUFFO, GIUSEPPE DE LUCA, CARLO TAGLIABUE, TITO GOBBI –VDP)
http://www.youtube.com/watch?v=U2nLS5gvQDY
Alfredo trova poi il biglietto d’invito alla festa di Flora indirizzato a Violetta e fugge in preda alla gelosia e al rancore.
Scena 2: Una sala da ricevimento nella casa di Flora Bervoix. – La festa è in pieno svolgimento, quando arriva Violetta accompagnata dal barone Douphol. Al tavolo da giuoco, Alfredo mantiene un contegno indifferente, e vince costantemente. – Il barone, ancora fremente di gelosia, giuoca con lui e perde. Violetta prega Alfredo di andarsene subito, perché teme che il barone lo provochi a un duello. Alfredo risponde che se ne andrà alla sola condizione che ella lo segua e Violetta è costretta a confessare di aver giurato di non rivederlo mai più.
“A chi hai giurato questo?” grida Alfredo. “Al barone Douphol?”.
Violetta, dopo uno sforzo estremo, risponde di sì.
Fuori di sé per la disperazione, Alfredo chiama tutti gli invitati della sala da pranzo e dichiara a voce altissima: “Ecco una donna che ha sacrificato tutto il suo avere per me. Io vi rendo testimoni che ora la ripago”. Con queste parole, getta ai piedi di Violetta il denaro che ha vinto al gioco. Ella sviene fra le braccia delle amiche.
Entra il padre di Alfredo che rimprovera il figlio per quel gesto, ma non si decide a svelargli la verità.
ATTO III
Scena: La camera da letto di Violetta. Un preludio orchestrale (http://www.youtube.com/watch?v=vcTPqdaUsV4 ) riprende di nuovo le eteree note dei violini del preludio al primo atto. Violetta giace a letto irrimediabilmente ammalata, nella sua camera semi-illuminata.
Il dottore l’assiste e Annina, la sua cameriera, la cura amorosamente. – Il dottore cerca di farle coraggio e le consegna, raccomandandole di non emozionarsi, una lettera da parte del vecchio Germont.
Germont le scrive di aver svelato la verità al figlio e le preannuncia l’arrivo imminente di questi .
Violetta piange per la felicità, ma la gioia si confonde con la sofferenza; ha il presentimento che egli giungerà, forse, troppo tardi per rivederla viva.
Addio del passato bei sogni ridenti,
le rose del volto già sono pallenti;
l’amore d’Alfredo pur esso mi manca,
conforto, sostegno dell’anima stanca …
Ah, della traviata sorridi al desìo;
a lei, deh, perdona; tu accoglila, o Dio.
Tutto, tutto, finì.
Tutto, tutto, tutto finì.
(Incisioni più note: ONELIA FINESCHI- Cetra*; CLAUDIA MUZIO, ELISABETH SCHWARZKOPF – Col.; MARGHERITA CAROSIO, LUISA TETRAZZINI, AMELITA GALLI-CURCI – VDP*)
http://www.youtube.com/watch?v=DaGMBqyeUdE
Dalla strada giunge l’allegro frastuono del carnevale.
Annina accorre con la bella notizia: “Alfredo è qui!”. Un attimo dopo, Violetta è nelle sue braccia. Nulla potrà più dividerli, ormai! Incominceranno una nuova vita, lontano da Parigi e Violetta recupererà ben presto le forze e la salute. Entra il vecchio Germont, che ha seguito Alfredo. Sente vivo il rimorso e dichiara di considerare, d’ora innanzi, Violetta come una propria figlia. “Troppo tardi”, ella sospira. Dona ad Alfredo una miniatura col proprio ritratto. In cielo pregherà per lui. E cade fra le sue braccia priva di vita.
(Edizione Ricordi)
(Incisioni dell’opera completa: MARIA MENEGHINI CALLAS (S), FRANCESCO ALBANESE (T), UGO SAVARESE (Br), Direttore: GABRIELE SANTINI, Coro e Orchestra della R.A.I. – Cetra; ANTONIETTA STELLA (S), GIUSEPPE DI STEFANO (T), TITO GOBBI (Br), Direttore: TULLIO SERAFIN, Coro e Orchestra de
Laura Rocatello
T h a ï s
Commedia lirica in tre atti e sette quadri - Libretto di Louis Gallet (dall’omonimo romanzo di Anatole France)
Musica di Jules Massenet
Personaggi Interpreti:
Thaïs, commediante e cortigiana = Barbara Frittoli
Athanaël, cenobita = Lado Ataneli
Nicias, giovane filosofo sibarita = Alessandro Liberatore
Palémon, vecchio cenobita = Maurizio Lo Piccolo
Albine, badessa mezzosoprano = NADEHDA SERDYUK
Crobyle, schiava = Eleonora Buratto
Myrtale, schiava = Ketevan Kemoklidze
Un servitore = Diego Matamoros
Direttore d’orchestra: Gianandrea Noseda,
Regia, coreografia, scene e costumi: Stefano Poda
Maestro del coro: Roberto Gabbiani
Orchestra e Coro del Teatro “REGIO” di Torino
(Nuovo allestimento)
A scopo di farlo conoscere, ricopio ciò che è stato scritto da Marco Cabrino che ha assistito alle due rappresentazioni dell’opera:
< Il corteo si apre come a formare un corridoio vivente e arriva lei, la protagonista, Thaïs, bellissima, in un costume fantasmagorico, in nero e rosso con richiami Klymtiani.
< Donna-vampiro, prostituta santa donata al culto di Venere, sensualissima, ammiccante, ma anche, da subito, come recita il libretto, fragilissima, tendente all’autodistruzione per troppo eccesso. Ecco una delle tante immagini che, indelebili, ci ha lasciato nella mente la recita di Thaïs di Jules Massenet andata in scena domenica 14 dicembre 2008 al Teatro Regio di Torino. Uno di quegli spettacoli in cui richiami culturali, gestione scenografica, rimandi emozionali e fascinazione puramente estetica si uniscono a formare un momento teatrale, un agglomerato, che dello spettatore stimolando il cervello, riescono anche a colpirne il cuore. Dopo i grandi registi europei e americani, negli ultimi anni fortunatamente sempre più spesso è capitato di trovarci di fronte a registi italiani di grande sensibilità e capacità (Livermore, Micheletto) che fanno sperare che il (troppo) lungo periodo di stasi della regia lirica italiana, in cui schemi teatrali triti e ritriti sono stati proposti fino alla noia allo spettatore, stia finalmente per finire. Uno di questi registi è sicuramente Stefano Poda; regista, ma anche scenografo, costumista, e responsabile delle luci di questa Thaïs torinese.
Lo svolgere dell’azione era di volta in volta sottolineato da un particolare, magari architettonico, come il muro della casa di Thaïs che formando un intreccio di occhi, seni, orecchie, tronchi, al mutare dell’illuminazioni lasciava intuire rimandi alle architetture romane, egizie o mesopotamiche; o dal deserto caratterizzato da un fondale in cui centinaia di mani bianche e spettrali uscivano imploranti dalla terra. In altri casi richiami puramente coreografici come nella scena dell’oasi in cui una sorta di canneto scosso dal vento e creato da figuranti di entrambi i sessi dalla pelle sbiancata e in perizoma, agitano una coppia di bastoni. – Ed è in questa natura mutevole e carnale che vediamo scorrere Albyne e le Filles blanches alla ricerca della realtà di Dio in un lentissimo, eterno fluire da sinistra a destra della scena, come se lo spettatore, al contempo di Thaïs e Athanaël, si sia imbattuto in un’eterna forza fluente della natura, che rapisce Thaïs e la conduce alla soave morte/redenzione. - Ma mille altri spunti potremmo evidenziare di questo spettacolo rischiando di perderci. Vogliamo solo ancora ricordare e sottolineare la peculiare visione della sensualità che in un’opera come Thaïs, famosa per richiami sexy un pò da baraccone, il regista ci ha presentato. Visione in cui la protagonista ci appare castissima, vera sacerdotessa di un culto antico, circondata da una corte altrettanto casta, ma la cui decadenza è sottolineata dal particolare e non dall’insieme (i costumi, mirabili, avrebbero fatto la felicità di scrittori come Frank Herbert e di registi come Kubrick). Protagonista insidiata da un rappresentante di un culto esteriormente freddo, ma che interiormente ribolle di richiami sensuali (i due quadri tebani), all’interno di una natura che più viva e sensuale non si può. Una visione moderna, unitaria, semplice nella sua estrema complessità; un grumo di teatro stupefacente e affascinantissimo.
Vera base di una visione teatrale così stupefacente è stato il direttore musicale del Teatro Regio di Torino, deus-ex-machina dello spettacolo, Gianandrea Noseda, il quale ha saputo dirottare tutta la sua sapienza ed esperienza di concertatore e di direttore in un’opera tutt’altro che semplice da affrontare. Un’opera che si situa nel mezzo del guado tra l’800 e Debussy, con richiami evidenti sia a Bizet, che a Mussorgsky, ma anche, come sempre per Massenet, a richiami mozartiani. - Come abbiamo fatto per la regia vogliamo ricordare solo qualche momento della concertazione, quelli che ci hanno suggestionato di più. Ed allora il tersissimo, ma al contempo teatralissimo svilupparsi del corteo di Thaïs nel secondo quadro, dove abbiamo sentito suonare l’orchestra del Regio forse meglio che mai, con le sezioni che, nel sottolineare, esaltavano l’insieme. Oppure l’accompagnamento dell’aria dello specchio della protagonista dove il substrato orchestrale faceva intravedere in chiaroscuro i tormenti del personaggio, senza però rinunciare per niente al sostegno, al respiro e all’accompagnamento del canto. Se com’è ovvio la “Méditation” è stato un momento magico, vogliamo ancora ricordare il coro fuori scena dell’entrata di Albyne e delle Filles Blanches nella scena dell’oasi che, wagnerianamente, diventava il centro musicale (e drammaturgico) dell’intero spettacolo.
Ottima protagonista è stata Barbara Frittoli, qui in un ruolo piuttosto inusuale all’interno della sua carriera. Se dal punto di vista vocale la cantante ci ha assolutamente convinto con una tenuta serena e precisa del ruolo, affrontato senza risparmi pur se con un approccio assai diverso rispetto al soprano lirico leggero cui la discografia ci ha abituato (non che gli acuti le difettassero compreso un bel re acuto nel finale),
Il baritono georgiano Lado Ataneli (Athanaël) ha dato prova di una sicura lettura musicale ed interpretativa della parte risultando convincente in un ruolo ingrato quanto pochi altri, con solo qualche piccolo problema nelle frasi lunghe dove l’intonazione non era sempre perfetta.
Ottimo il Nicias del giovane Alessandro Liberatore, che ci auguriamo di sentire al più presto in un ruolo più incisivo, e buoni tutti gli altri (e assolutamente credibili scenicamente) con una nota di merito per il Palémon di Maurizio Lo Piccolo veramente ben cantato.
Grandi registi, grandi interpreti e un direttore musicale di gran pregio e che, evidentemente, ha dei “progetti” artistici per gli anni venturi: vacche grasse al Teatro Regio di Torino, speriamo solo che gli eventi politico-economico non vi mettano i bastoni tra le ruote.
Marco Cabrino
Appartenente al secondo cast visto nella recita del 17 dicembre, Athanaël era il giovane basso baritono Simone Alberghini qui in una delle più compiute creazioni della sua carriera. Con un timbro che, sulle prime, non parrebbe adatto a quello strettamente baritonale di Athanaël, ha creato un personaggio interessantissimo e del tutto personale. Personaggio in cui molto più evidente erano i sentimenti, più netta la passione che per tutta l’opera lo travolge nei confronti di Thaïs, e alla quale si abbandona alla fine nel rendersi conto di amare la donna e non solo la di lei proiezione mentale. La scena della corsa per raggiungere l’amata morente è stata indimenticabile, ma non meno convincente è stata la prova strettamente vocale. Ottimo nei tanti arioso, a nostro parere, è stato assolutamente perfetto nel duetto con Thaïs nella prima scena del secondo atto, in cui insieme alla Manfrino, oltre a fare scenicamente scintille, ha raggiunto un’estasi drammatica di notevolissimo impatto (quanti richiami a”Manon” e alla scena di “San Sulpice”).
Laura Rocatello:
<Riguardo a Simone Alberghini, nel mio articolo dell’11 ottobre 1993, avevo riferito quanto segue:
S.M.E.L.C., Concerto Lirico-Vocale con
Forse, questo grande soprano – nato nella seconda metà del 1700 – non pensava che, in futuro, avrebbe ispirato a qualcuno l’idea di creare concorsi intitolati a lei.
Questa sera, infatti, i VINCITORI di tale CONCORSO, si esibiscono qui, a Milano, cantando arie con “BIS” finali – arie di Verdi, Bellini, Mozart, Rossini, Donizetti, Cilea e Puccini.
Abbiamo il basso SIMONE ALBERGHINI che ci traumatizza con la sua voce già formata, nonostante la sua giovane età (20 anni, pensate!), il baritono KO SUGIE (molto simpatico) e il soprano dalla voce limpidissima YOSHIMI TATSUNO entrambi Giapponesi), gli Italiani GIULIANO DI FILIPPO (buon tenore leggero) e il soprano ANNA MARIA DELL’OSTE (voce pura, limpida, cristallina e solare).
Inutile dirlo: applausi, applausi, applausi e ancora APPLAUSI! >
Thaïs viene rappresentata per
L’esito è un caloroso successo.
Epoca: IV secolo
Luogo: Egitto
L’asceta ATANAELE (baritono) aspira a redimere la cortigiana Thaïs (soprano) che, in Alessandria, tiene desto – con il suo esempio – il culto per AFRODìTE.
Giunto in città, Atanaele rintraccia la donna e tenta di convertirla parlandole delle gioie della fede e della spiritualità.
Le parole di lui colpiscono Thaïs, atterrita all’idea della morte e desiderosa di riscattare la propria esistenza fino ad allora dedita al peccato.
Su consiglio di Atanaele, ella infrange l’effigie di Eros, incendia la sua dimora e si rifugia in un cenobio, nel deserto, diventando monaca. - In quel luogo di preghiere e di meditazioni, Thaïs trova l’attesa serenità.
Atanaele, invece, confessa di avere perduto la pace dello spirito. - È subentrato in lui, contemporaneamente all’orgoglio per aver convertito la famosa cortigiana di Alessandria, il desiderio di una conquista del tutto terrena. – Sconvolto dalla passione per lei, torna da Thaïs che, morente, non ascolta le sue parole d’amore, già distaccata dalle cose del mondo ed assorta in una visione celeste, redenta.
DOMENICA, 31 maggio 2009: BLOGS "A RETI UNIFICATE"
RICORDANDO LE APERTURE DI STAGIONI D'OPERA: "DON CARLO"
7 dicembre 2008 - DON CARLO di GIUSEPPE VERDI – INAUGURAZIONE DELLA STAGIONE LIRICA AL TEATRO “ALLA SCALA” di Milano - opera in quattro atti su Libretto di François-Joseph Méry e Camille Du Locle - traduzione italiana di Achille de Lauzières e Angelo Zanardini
PERSONAGGI ED INTERPRETI DEL CAST COMPLETO:
Filippo II = Ferruccio Furlanetto
Don Carlo = Stuart Neill
Rodrigo = Dalibor Jenis
Il grande inquisitore = Anatolij Kotscherga
Un frate = Diogenes Randes
Elisabetta di Valois = Fiorenza Cedolins
Tebaldo = Carla Di Censo
Conte di Lerma = Cristiano Cremonini
Araldo reale = Carlo Bosi
Voce dal cielo = Irena Bespalovaite
Sei deputati fiamminghi = Filippo Bettoschi, Davide Pelissero, Ernesto Panariello, Chae Jun Lim, Alessandro Spina, Luciano Montanaro
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala diretti da DANIELE GATTI
Desiderando farlo conoscere, riporto quanto è stato scritto da NATALIA DI BARTOLO in occasione della rappresentazione d’apertura della Stagione Lirica al Teatro “ALLA SCALA” di Milano, 7 dicembre 2008:
…inaugura
Grande attesa al Teatro alla Scala di Milano per questa sofferta prima del “Don Carlo” di Giuseppe Verdi, Opera in quattro atti su Libretto di François-Joseph Méry e Camille Du Locle, traduzione italiana di Achille de Lauzières e Angelo Zanardini, nuova produzione del Teatro milanese, che si è tenuta a partire dalle 18 del 7 dicembre 2008 e che ha mobilitato non solo
Ma, a prescindere dal pubblico variopinto che ha affollato il teatro in ogni ordine di posti, con loggione strabordante e, come spesso accade, dissenziente a suon di fischi e “buh”, questa volta nei confronti del Direttore Daniele Gatti, forse anche per via della sostituzione a sorpresa del tenore, NON si può dire che questo “DON CARLO” sia stato un fiasco; tutt’altro: sarà stata l’atmosfera scaligera, come sempre un po’ “surriscaldata”, sarà stato il fascino che l’ “Opera Verdiana” porta in sé, certo è che in alcuni tratti ci si poteva anche sollevare un palmo dal velluto rosso della poltrona. - A tratti, appunto, perché tutti gli interpreti, sebbene corretti ed apprezzati, non erano della medesima “statura” vocale, scenica ed interpretativa ed erano diretti da una specie di “tiranno” Gatti, che tirava giù dritto alla grande, senza perdonare il minimo “rubato” di chicchessia, con il risultato poco convincente di lasciare così, per esempio, al primo atto, una battuta fuori tempo il pur ottimo Rodrigo, Marchese di Posa di Dalibor Jenis, che si è avvalso di una seguente, lunga pausa scritta per riprendersi.
Questo ed altri “nèi” nella direzione sono stati colti appieno dal pubblico degli intenditori, che non hanno esitato a dimostrare al Direttore il proprio disappunto, ascoltando un’ottima orchestra ben inquadrata sì, ma che, in alcuni tratti, costringeva a sua volta i cantanti ad un canto quasi solfeggiato; nonché un volume sonoro di improba altezza per gli interpreti sul palcoscenico. I coloriti, insomma, si sono lasciati desiderare, ma nel complesso il pubblico in maggioranza ha, alla fine, applaudito anche il Direttore.
In scena, la versione italiana del 1884 (la più concisa delle cinque conosciute) curata da Verdi per
Ferruccio Furlanetto, “gran basso d.o.c.”, ha giganteggiato su tutti, tenendo in pugno l’intera rappresentazione, impersonando un Filippo II duro, dolente, amoroso, in fondo, ma monarca imbrigliato nelle fosche trame della Chiesa. Gran scena quella dell’ “Ella giammai m’amò”, che è culminata in un duetto-scontro tra bassi, con il Grande inquisitore Anatolij Kotscherga (che sostituiva Matti Salminen, indisposto), che non lesinava voce, possanza e prestanza fisica…Forse un po’ troppa, per un “Frate” novantaduenne e cieco, stranamente porporato in questa occasione.
Altra vera “perla”,
Ulteriore stella, la mezzosoprano Dolora Zajick, evidentemente più a suo agio nei panni di Azucena, che in quelli della Principessa d’Eboli, che ha tuttavia saputo dar corpo al suo personaggio, con voce possente dai gravi perfettamente sostenuti e rotondi agli acuti limpidi e potenti, una rara capacità “mimetica”, che è propria solo delle grandi cantanti.
Che dire del tenore Stuart Neill, che si è ritrovato addosso il macigno di una prima alla Scala come protagonista dell’opera? Voce gradevole e limpida, dizione sufficientemente corretta, presenza scenica “pesante” alla Pavarotti, ma portata con una certa disinvoltura, ha saputo condurre al termine una recita che si presentava davvero come un crudele trabocchetto per se stesso e per la riuscita dell’intero spettacolo.
Altro cantante da apprezzare il baritono Dalibor Jenis, un Rodrigo che è andato crescendo nel corso della rappresentazione, insieme alla rappresentazione stessa, sia come voce, che come presenza scenica. La giovane età lascia ben sperare per il futuro; DIOGENE RANDES, un monaco-Carlo V, il paggio Tebaldo, Carla Di Censo; il Conte di Lerma, Cristiano Cremonini; l’Araldo reale, Carlo Bosi;
Scene scarne, quasi “monastiche” e accorta regia di Stéphane Braunschweig, che ha “inventato” una sorta di “alter ego bambino” per i tre protagonisti Carlo, Elisabetta e Posa, rendendo a tratti assai suggestiva la rappresentazione, come portando sul palcoscenico dei flash-backs dei personaggi principali, che si amavano ed agivano come avevano imparato a fare condividendo un’infanzia, se non “vicina” con gli altri due per Elisabetta, quanto meno “simile” e rendendo possibile un dialogo con se stessi, proprio dell’anima di ciascun protagonista; ed anche che Carlo-bambino venisse metaforicamente tolto di mezzo prematuramente dal padre, facendolo ardere nel rogo del solenne e tetro Auto da Fè.
Una regia che ha saputo, nonostante qualche momento di staticità, evidenziare l’eterno conflitto tra lo Stato e
Gradevoli assai i costumi di Thibault van Craenenbroeck, ben calati nell’epoca e le adeguate luci di Marion Hewlett.
Insomma: una prima scaligera che non può passare inosservata, anche se non si effettuano i conteggi di quante volte sia stato rappresentato il Don Carlo alla “RIMA” e da chi sia stato diretto. Una gran “macchina”, che è riuscita, anche se non costantemente, a coinvolgere lo spettatore, che si è sorbito, senza colpo ferire né sbadiglio alcuno, le ben quattro ore e dieci minuti di spettacolo che
Milano, Teatro alla Scala, 7 dicembre 2008
Natalia Di Bartolo
A PRESCINDERE da quanto sopra, DESIDERO DIRE ALCUNE COSE circa “DON CARLO” .
L’opera viene rappresentata a Parigi, l’11 marzo 1867, esattamente 16 anni dopo “RIGOLETTO”, e potrebbe essere possibile che cada sotto lo stile affascinante dominante all’ “Opéra” di Parigi, teatro per cui l’opera viene composta.
Il risultato è quello riconosciuto ad un’opera di grande importanza a causa dei grandi sviluppi dell’arte verdiana e a causa del suo grande e indiscusso valore: infatti, diciassette anni dopo, Verdi la revisiona eliminando i ballabili, snellendo alcune scene e tagliando l’intero primo atto.
È innegabile che l’aria di FILIPPO II, “Ella giammai m’amò”, sia tra le più belle del repertorio per basso dove emergono l’espressione nobile e il dolore accorato.
Fra le migliori arie di Verdi, c’è quella di ELISABETTA, nell’ultimo atto: ha respiro melodico e ricchezza dello sviluppo.
Da non dimenticare il duetto fra IL GRANDE INQUISITORE e FILIPPO II che colpisce per la potenza drammatica e con lo stile omogeneo.
Per quanto riguarda DOLORA ZAIJC, questo splendido mezzosoprano che - in carriera da moltissimi anni - esegue stupendamente la "CANZONE DEL VELO" e "O DON FATALE" , è mio orgoglio riferire che l'avevo seguita dal vivo (nella sera dell'8 agosto 1992) al TEATRO di ORANGE (teatro romano nel cui interno presenzia la statua di OTTAVIANO AUGUSTO) in un'altra magnifica opera di Verdi, "IL TROVATORE" (DOLORA ZAIJC interpretava AZUCENA e il basso CARLO COLOMBARA era FERRANDO, la scenografia era del grande VITTORIO ROSSI e la Direzione Orchestrale di YURI SIMONOV).
Epoca: 1560.
Luogo: Spagna.
ATTO I
Dopo un breve coro di cacciatori che si allontanano, DON CARLOS (tenore), Infante di Spagna, s’incontra con la principessa ELISABETTA DI VALOIS (soprano), che gli è stata promessa in sposa. Egli le si presenta in incognito e fra i due giovani nasce una passione. Allora, Don Carlos rivela il proprio nome. Ma giunge un messo recante l’annuncio che ENRICO DI FRANCIA ha concesso Elisabetta in matrimonio a FILIPPO II di Spagna (basso), padre di Don Carlos, come suggello d’amicizia fra le due nazioni.
Elisabetta sacrifica il proprio amore per il bene del popolo. L’atto si chiude con un coro di esultanza, mentre Don Carlo – rimasto solo – è affranto dal dolore.
ATTO II
Parte Prima – Scena: Il chiostro del convento di San Giusto. - È l’alba. Dalla cappella giunge un coro di frati celebranti CARLO V, ivi sepolto. Allo spuntar del giorno giunge Don Carlo, disperato per la perdita di Elisabetta. Egli s’incontra con RODRIGO , MARCHESE DI POSA (baritono), suo intimo amico, con il quale si confida. Questi lo esorta ad allontanarsi dalla Spagna accogliendo l’invito del popolo fiammingo che lo invoca per essere liberato dall’oppressore.
Parte Seconda – Scena: Luogo ridente, alle porte del chiostro di San Giusto. – La principessa EBOLI (mezzosoprano) , attorniata da dame della regina e da paggi, canta la “Canzone del Velo”, di stile spagnoleggiante. - Viene Elisabetta e, poco dopo, Rodrigo, che le consegna di nascosto uno scritto di Carlo, il quale chiede di essere ricevuto dalla regina, prima di partire. Questa acconsente con trepidazione mentre Eboli, che pure ama segretamente Carlo, resta insospettita.
Quando Carlo si presenta alla regina, tutti si allontanano. Egli prega Elisabetta di ottenere dal re il permesso di partire in esilio per le Fiandre; poi tenta di riaccendere in lei la passione del primo incontro. Ma poiché la regina oppone un rifiuto, Carlo fugge disperato. – Sopraggiunge Filippo II con la corte. Costui condanna all’esilio
ATTO III
Parte Prima – Scena: I giardini della regina a Madrid. – Don Carlo legge un biglietto anonimo che gli fissa un appuntamento notturno. Egi è convinto di incontrarsi con Elisabetta. Giunge, invece, Eboli coperta con un velo, la quale ama Carlo e si crede da lui riamata. – Quando ella scopre che Carlo è invaghito della regina, la gelosia e il furore prorompono dal suo animo. Interviene Rodrigo che cerca invano di placarla e, per salvare l’amico nel caso che Eboli lo facesse arrestare, si fa dare le carte compromettenti che questi ha seco.
Parte Seconda – Scena: Una gran piazza innanzi a Nostra Donna d’Atocha. – Un gruppo di condannati dal Sant’Uffizio viene condotto al rogo da un corteo di frati, fra due ali di popolo.
Si aprono le porte del palazzo ed esce la regina con
Il corteo riprende il cammino per la cerimonia dell’ < auto-da-fè >, mentre le fiamme si alzano dal rogo dei condannati.
ATTO IV
Parte Prima – Scena: Il gabinetto del re a Madrid. – La principessa Eboli, per vendicarsi di Carlo, ha consegnato a Filippo un cofano in cui la regina racchiude le cose più care, affinché – aprendolo – il re scopra i segreti della propria consorte. – Frattanto, il sovrano – credendosi tradito – si abbandona a dolorose riflessioni e canta:
Ella giammai m’amò!
No! Quel cor chiuso è a me,
amor per me non ha, per me non ha!
Io la rivedo ancor
Contemplar triste in volto il mio crin bianco
Il dì che qui di Francia venne.
No, amor per me non ha!
(Incisioni più note: TANCREDI PASERO, CESARE SIEPI, NICOLA ROSSI LEMENI – Cetra; BORIS CHRISTOFF – Col.*; CESARE SIEPI, RAFFAELE ARIE’ – Decca; NAZARENO DE ANGELIS, TANCREDI PASERO, AUGUSTO BEUF – VDP*)
Entra IL GRANDE INQUISITORE (basso) mandato a chiamare dal re che gli confida la propria ambascia e gli chiede il consenso per condannare a morte Carlo. L’Inquisitore glielo concede ma, in cambio, chiede che egli muti la sua politica novatrice e liberale ispiratagli da Rodrigo. – Uscito l’Inquisitore, entra Elisabetta e implora giustizia per essere stata vessata dai cortigiani che, secondo lei, le hanno sottratto uno scrigno prezioso.
Il re, allora, presenta presenta lo scrigno alla consorte e le impone di aprirlo. Fra i gioielli ivi custoditi, appare il ritratto che Carlo le regalò durante il loro fidanzamento, per cui Filippo è convinto di aver la prova del tradimento di entrambi e insulta la regina che sviene.
Sopraggiunge Eboli, la quale è presa dal rimorso e confessa alla regina d’esser stata lei a sottrarre lo scrigno. Elisabetta, per punirla, le impone di partire per l’esilio o di prendere il velo. La scena si chiude con l’aria di Eboli < O don fatale, o don crudele >:
Ah! Più non vedrò la regina!
O don fatale, o don crudele
Che in suo furor mi fece il cielo!
Tu che ci fai si vane, altere!
Ti maledico, o mia beltà!
(Incisioni più note: EBE STIGNANI, ELENA NICOLAI- Cetra)
Parte Seconda – Scena: La prigione di Don Carlo. – Rodrigo viene per annunciare a Carlo, imprigionato, la sua liberazione e gli narra d’essersi fatto cogliere con le carte compromettenti che Carlo gli aveva dato, per cui non tarderà ad essere condannato a morte sotto l’accusa di aver ordito la ribellione nelle Fiandre. Infatti, poco dopo, uno sgherro del Sant’Uffizio lo colpisce proditoriamente con un colpo d’archibugio. Rodrigo spira fra le braccia dell’amico confidandogli che Elisabetta lo attenderà, l’indomani, a San Giusto. Il re sopraggiunge per liberare il figlio che – frattanto – gli svela il nobile sacrificio di Rodrigo.
Ma ecco un tumulto sollevarsi all’esterno: è il popolo che insorge in favore di Carlo e irrompe nel carcere nel tentativo di liberarlo. – Fra la moltitudine, si cela anche Eboli, mascherata. Ella cerca di farlo fuggire, ma interviene Il Grande Inquisitore che soggioga il popolo e lo costringe a prostrarsi innanzi a Filippo.
ATTO V
Scena: Il chiostro del convento di San Giusto. - È notte. Elisabetta prega sulla tomba di CARLO V e ne invoca lo spirito affinché protegga la vita dell’Infante (è chiamata “la grande aria di Elisabetta”):
Tu che le vanità conoscesti del mondo
E godi nell’avel il riposo profondo,
s’ancor si piange il cielo
piangi sul mio dolore,
e porta il pianto mio
al trono del Signor.
(Incisioni più note: MILLI VITALE – Cetra*)
Carlo viene a dare l’estremo addio a Elisabetta, prima di partire per le Fiandre. Ambedue son sorpresi da Filippo e dall’Inquisitore che chiama le guardie per far arrestare Carlo. Ma si apre il cancello del mausoleo e appare Carlo V, il quale trascina l’Infante nella sua Tomba.
(Edizione Ricordi)
Incisioni dell’opera completa:
MARIA CANIGLIA (S), EBE STIGNANI (MS), MIRTO PICCHI (T), PAOLO SILVERI (Br), NICOLA ROSSI LEMENI (Bs) – Dir.: FERNANDO PREVITALI – Coro e Orchestra della R.A.I. di Roma – Cetra
ANTONIETTA STELLA (S), ELENA NICOLA (MS), MARIO FILIPPESCHI (T), TITO GOBBI (Br), BORIS CHRISTOFF (Bs), -
Dir.: GABRIELE SANTINI – Coro e Orchestra dell’OPERA di Roma - VDP
Laura Rocatello